Se non siete amanti nello spulciare tra i credits dei dischi difficilmente credo possiate conoscere il nome di Joseph Shabason. Il nostro è sempre stato un gregario, neppure particolarmente brillante. Lo potete sentire nei lavori di alcune formazioni quali War On Drugs, Destroyer senza che vi possa colpire più di tanto.
Joseph sembra avere più frecce nel proprio arco quando agisce a proprio nome. Così fu per l’album del 2017 “Aytche”, forse anche meglio nel nuovo “Anne”.
Con una formazione estesa – che prevede anche il nostro Gigi Masin, autentico pioniere della new age elettronica- il sassofonista e compositore di Toronto Joseph Shabason centra il bersaglio strappando una selva di applausi. Un disco mentale che si abbevera alla fonte del minimalismo storico americano senza peraltro rinunciare alla passione per l’elettronica ambient ed il jazz meno accademico.
In questa opera Shabason ricorda una figura molto importante della sua vita: la madre Anne, sopravvissuta assieme a suo padre all’eccidio da parte dei nazisti. Dal punto di vista sonoro risalta una caratteristica per me molto importante, quella di far respirare i brani, cioè di dare una separazione agli ingressi strumentali, in modo che i pezzi assumano un pathos maggiore e sorpresa negli ascoltatori. Gli arrangiamenti vanno in direzione cameristica, ma riescono a creare, ugualmente, una certa inquietudine, la musica assume toni in chiaroscuro.
Prendete “Donna Lee”, i rintocchi del piano, le interferenze e il tocco al sax sanno sviluppare un’atmosfera oscura e senza speranza. In tutto il disco il sassofono è grande protagonista, ma non prepotente o preponderante. Si inserisce in luoghi elettronici composti da morbidi synth e da vita a semplici melodie estremamente accattivanti.
Un’opera che potrà anche non incontrare i vostri gusti, ma non potrà lasciarvi indifferenti grazie all’originalità dello stile!!!


Category
Tags

No responses yet

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *