ANNA WEBBER – ‘Idiom’ cover albumLa pluripremiata compositrice, sassofonista e flautista Anna Webber è un’instancabile innovatrice e individualista musicale. La sua nona uscita come leader, il sublime e magnifico doppio, “Idiom”, è un progetto ambizioso che Webber realizza brillantemente e con eleganza. Qui sono rappresentate cinque composizioni della serie “Idiom”. Quattro sono in trio mentre “Idiom VI”, che riempie l’intero secondo disco, è con un grande ensemble. Un altro, “Idiom II”, (non incluso qui) è apparso su “Clockwise” (Pi, 2019).

“Idiom I” si apre con un’atmosfera tesa. I ritornelli del flauto circolare di Anna riecheggiano contro le tomaie spigolose dei suoi compagni di band. Il pianista Matt Mitchell alterna note che suonano veloci con accordi risonanti in attesa. A volte, il batterista John Hollenbeck guida il pezzo con i suoi ritmi tuonanti e altre volte impegna Webber in un duetto elettrizzante e agile. Tutti e tre i musicisti non solo improvvisano in linee sinergiche ed espressive, ma ognuno porta anche un nuovo tocco stimolante al proprio strumento.

Al contrario “Forgotten Best” è più contemplativo e sereno, con un tema tortuoso esplorativo. Webber suona frasi struggenti al sassofono mentre Mitchell e Hollenbeck forniscono una cadenza percolante. Il suono collettivo è agrodolce e mellifluo, intriso di un lirismo profondo. Commovente e provocante, la melodia calda luccica, mentre scorre in un percorso meravigliosamente cristallino. Le accattivanti sperimentazioni sonore della nostra segnano il drammatico “Idiom III”. Il suo focoso sassofono tenore brucia attraverso la melodia mentre Matt rilascia un’inquietante cascata di tastiere. I poliritmi galoppanti di John sono al centro della scena in un assolo appassionato che gli altri due punteggiano. Questa tumultuosa botta e risposta conclude in modo ossessivo il primo disco.

Il multi-parte “Idiom VI” presenta una band di 12 elementi e inizia con una calma inquietante. Il gruppo inserisce brevi e frastagliate esplosioni nell’intreccio di silenzio e ronzio elettronico. Questo mood cinematografico pervade il resto del lavoro. I crash e i boom del batterista Satoshi Takeishii si alternano a frammenti musicali urgenti dalle varie sezioni orchestrali. Un grido struggente del flauto di Webber aggiunge un livello di angoscia prima che la band esploda in un’entusiasmante botta e risposta. Al centro di questa accattivante performance c’è l’inquietante sintetizzatore della tastierista Liz Kosack. Sebbene ci siano molti solisti notevoli in questa dinamica opera, questo non è un lavoro solista-bridge-solo ‘tradizionale’. All’inizio di “Movement IV” la violinista Erica Dicker emette versi dissonanti appassionati in uno schema di botta e risposta con il gruppo. Dal rimbombo ipnotico emerge una stimolante improvvisazione di gruppo che include il trombonista Jacob Garchik, il violoncellista Mariel Roberts, il bassista Nick Dunston e il cornettista David Byrd-Marrow. Queste frasi viscerali e ribollenti sono avvolte da armonie multistrato e ritmi irrequieti.

Il sognante “Interlude 3 and Movement V” ha un’atmosfera mistica. Il trombettista Adam O’Farrill contribuisce con toni bruniti contemplativi che si abbinano alle riflessioni del sassofono tenore di Anna in profondità emotiva. Il dialogo agrodolce e lirico tra i due si espande per includerne altri, chiudendo su una nota energica.

“Interludio 4 e Movimento VI” è un tour de force di prestazioni collettive. Le onde sonore, sia melodiche che dissonanti, scorrono verso la conclusione struggente ed eterea. È un finale adatto e splendido per questo quasi capolavoro. L’ingegnoso “Idiom” è il migliore di Anna Webber fino ad oggi, uno standout in una discografia altrimenti uniformemente superba. È anche una delle migliori uscite del 2021!!!