THE BEVIS FROND – ‘Little Eden’ cover albumSe il termine ‘eroi sotterranei’ viene lanciato spesso a sproposito, un caso in cui il suo uso è assolutamente giustificato è quando viene applicato ai The Bevis Frond, che hanno passato gli ultimi 35 anni a ritagliarsi un suono che, pur non raggiungendo necessariamente quella che potrebbe essere una massa enorme di pubblico, ha sicuramente rapito molti e conquistato una base di fan impegnata.

Il nuovo album, “Little Eden”, ha molto per mantenere felice quella fanbase, con il suo calore, la melodia e il desiderio widescreen.

L’apripista vivace e in stile Sugar, “Everyone Rise” sembra una chiamata alle armi, che si seppellisce sotto la pelle dell’ascoltatore così rapidamente che dopo un solo ascolto lo trovo che mi gira nel cervello tutto il giorno. Questa è di per sé un’abilità posseduta dal più speciale dei cantautori, ed è ovvio che l’eroe di culto Nick Salomon – l’unico cuore costante della band – non ha perso nulla della prodezza che all’inizio ha colpito così tanti ascoltatori.

Mentre questo lascia il posto alla moderna psichedelia di “Away We Go”, l’intenzione di “Little Eden” diventa chiara: tagliare l’austerità e la freddezza che sono arrivate a definire in maniera troppo marcata la nostra società moderna.

Con un grattacielo brutalista che adorna la copertina e un titolo che implica un mondo puro e ritirato, è un lavoro che non ignora il mondo moderno, ma ne riempie maggiormente gli spazi di sogni e desiderio. Si muove con il ritmo di uno sprint spensierato e infantile su un prato pubblico, come “Find The Mole” e “Do Without Me” che avanzano con uno slancio inarrestabile. ‘La nostra coscienza ha appena esaurito il potere’ canta Saloman su quest’ultimo, riflettendo su quella che potrebbe essere una visione post-apocalittica di una città fantasma, aprendo le porte a qualcosa di nuovo.

A metà di questo disco epico – lungo venti tracce, e nessuna sembra superflua – le cose hanno rallentato un po’ in “As I Lie Down To Die”, una bella riflessione a combustione lenta sul vedere la ‘mortalità personificata’, che si intreccia tra la delicata vulnerabilità della fine della vita con un assolo psichedelico sfacciato per riflettere l’enormità di tutto ciò.

Quando abbiamo raggiunto la fine della raccolta – dove la penultima traccia, “Never Knew What Hit Me”, un lento bruciatore riflettente, scivola nelle vibrazioni college-rock di “Dreams Of Flying”, diffondendo i due lati della formazione – abbiamo avuto un viaggio completo attraverso una visione che fonde realtà e romanticismo. È un dramma, ma girato in technicolor psichedelico e lasciato a tempo indeterminato per la gioia. Insomma, è il ritorno che avremmo sperato!!!