IAN CARR’S NUCLEUS – ‘Roots’ cover albumIan Carr, trombettista autodidatta, classe 1933, inizia a studiare musica intorno ai diciassette anni. Verso la prima metà degli anni sessanta ottiene gli iniziali riconoscimenti negli ambienti jazz. Inizia la sua carriera con il sassofonista Don Rendell, col quale suonerà sino al 1969. Dal 1970 fonda i Nucleus dei quali resterà leader assoluto, nonostante i vari cambi di formazione, fino alla fine della sua carriera. L’unica collaborazione esterna è quella del 1971 con l’album dei Centipede di Keith Tippett, “Septober Energy”.

Il jazz-rock ebbe origine nella mente di Miles Davis, dopo che si accorse che i giovani neri non seguivano più il jazz, ma erano indirizzati verso l’ascolto di James Brown, Jimi Hendrix e Sly & The Family Stone. Se vogliamo però indicare un luogo dove quelle idee attecchirono e germogliarono vistosamente bisogna andare in Inghilterra, per la precisione a Canterbury. Praticamente tutti i gruppi di quella scena sono stati enormemente influenzati dalla musica jazz, da Robert Wyatt, ai Soft Machine, agli Hatfield And The North, i National Health, Hugh Hopper, ecc. All’interno di questa scuola/scena il musicista che più di ogni altro ha prodotto un jazz-rock molto, ma molto jazz, è stato, certamente, Ian Carr con i suoi Nucleus. Si deve però ribadire un concetto fondamentale, tutto il rock progressivo è influenzato, in modi e quantità diverse, dal jazz, ma ciò non toglie che l’etichetta di jazz-rock può essere data a ben pochi musicisti.

Soprattutto i primi album dei Nucleus sono dei classici del jazz-rock canterburiano ed inglese. “Elastic Rock” (1970), “We’ll Talk About It Later” (1970), “Solar Plexus” (1971) e, principalmente, “Belladonna” (1972) liberano il rock dalle influenze beat o folk, sia europeo che americano, per abbracciarsi incondizionatamente al jazz. Con “Roots” (1973) Ian Carr crea una prima, piccola svolta, il suono diventa un po’più semplice, più accessibile ad una platea più vasta.

‘”Labyrinth” era stato tutto mio, dal punto di vista della composizione’, ricorda Carr. ‘ Ma volevo usare gli altri ragazzi della band come autori. Così ho suggerito loro di fare un album chiamato “Roots”, che sarebbe scavare nelle radici della nostra infanzia, o qualsiasi tipo di radice che ha significato qualcosa per noi nelle nostre vite’. Quindi di ritorno dalle sessioni di “Labyrinth” c’erano Carr (ovviamente), Smith, MacRae e Thacker. Entrambi gli album sono stati pubblicati nel 1973, ma il secondo mi risulta leggermente migliore.

Si apre con l’eccellente e fumante title track, morbida, pulita, molto tipica dei Nuclues, praticamente perfetta, tra piano, chitarra, basso, fiati e percussioni; ma, sfortunatamente, seguita da un mediocre brano cantato-jazz di Joy Yates, ”Images” (non sono un fan del jazz vocale), il terzo brano è chiaramente un occhiolino ai Soft Machine (ricordate “Ban Ban Caliban”, da cui è derivato), che a quel tempo erano composti fino all’orlo di vecchi membri dei Nucleus. Pieno di chitarre superbe (i Soft Machine non avevano chitarre a quel tempo) di Jocelyn Pitchen e superbe sottolineature di ottoni, Sutton è l’uomo al comando. Chiaramente la mia traccia preferita dell’album.

Il lato 2 inizia bene con il rapido Whapatiti ricco di influenze samba e poi rallenta un po’ con quella finezza incantata di “Capricorn”, che è il pezzo più tipicamente jazz. Ma è chiaramente con le ultime due tracce che si raggiunge il culmine artistico del disco. “Odokamona” è una traccia sorprendentemente dura e colma di riff (dal loro secondo album non si era mai più sentita una musica così piena di energia) e finisce in un caos superbo e la traccia finale di “Southern Roots”, apice dell’album che ti fa raggiungere l’estasi, ma con una fame di altro, nonostante un inizio sorprendentemente fuori dal comune.

Più che un lavoro di transizione, questo è l’inizio della seconda era dei Nucleus classici. Brutta copertina, però!!!