GARCIA PEOPLES: "Nightcap At Wits’End” cover album“Nightcap at Wits’ End” è oramai la quarta prova in studio per i Garcia Peoples, sestetto del New Jersey attivo dal 2018 e parte della scuderia di Beyond Beyond Is Beyond Records (Kikagaku Moyo, The Myrrors, Heaters, Joel Gion dei The Brian Jonestown Massacre, …).

Come suggerisce il nome stesso della band, diversi episodi del disco si rivelano figli dell’universo creato nel 1965 da Jerry Garcia, anima dei leggendari Grateful Dead e figura centrale della controcultura anni Sessanta: si pensi ai cambi di tempo e alle reiterazioni psichedeliche dell’ottima “Wasted Time”, agli intrecci epico-allucinogeni della riuscitissima “Painting a Vision That Carries” (in cui riconosciamo anche un pizzico di energia incendiaria presa in prestito da casa Who) o ancora agli splendidi dialoghi tra chitarre e batteria di “Crown of Thought”.

Il modo in cui i Garcia Peoples hanno aperto il loro nuovo album, il mio primo pensiero è stato di aver in mano un disco con la copertina giusta, ma il dischetto, per errore di fabbricazione, fosse dei Motorhead. Il basso è incredibilmente pesante e mi ha praticamente preso a pugni attraverso il lettore. Avendolo fatto mio attraverso numerosi ascolti, so che non è così. Questa è una band che si occupa di sottigliezze e suona con una dinamica tutta loro, non sono in alcun modo semplicemente legati al loro omonimo.

La formazione avant-jam del New Jersey è stata un po’ lenta a prendere forma, ma dopo l’uscita del loro entusiasmante album del 2018 “Cosmic Cash”, sono passati all’overdrive. Costanti esibizioni dal vivo, residenze, documenti di concerti e album in studio registrati in modo prolifico hanno tracciato uno sviluppo creativo che si è trasformato da record a record. Il gruppo ha preso spunto dall’improvvisazione a tempo indeterminato di gruppi di jam band classici come Phish e Grateful Dead, ma ha anche incorporato la magia della doppia chitarra alla pari dei Television o, nei loro momenti più sudisti, degli Allmann Brothers. Per il loro album del 2019 “One Step Behind”, si espansero fino ad una formazione di sei elementi e aggiunsero tocchi avant-jazz all’equazione mentre si dilungavano fino a mezz’ora nel corso della title track.

Ritornando al pezzo d’apertura della nuova raccolta, nonostante il riff fragoroso del basso, “Gliding Through” è un modo appropriato per aprire l’album. Il tono interrogativo dei testi si adatta sicuramente allo stato d’animo dell’attuale incubo americano, ‘Come vedrai la luce / Quando tutto sarà andato storto? / Fidati del sogno che hai in mente / Ti prometto che staremo bene’. Più facile a dirsi che a farsi, ma i Garcia Peoples sono sempre stati capaci di evocare un po’di magia. Il maltempo che chiude “Gliding Through” è sostituito da qualcosa di più simile ai ruscelli che gorgogliano dolcemente in “Wasted Time”, il che non vuol dire che la canzone non diventi potente, semplicemente non cerca di assalirti fino alla sottomissione. L’attacco a tre chitarre di Tom Malach e Danny Arakaki è stato completato con il passaggio di Derek Spaldo al contingente delle sei corde. Con Andy Cush saldamente stabilito al basso e Pat Gubler che gestisce le tastiere e altri strumenti assortiti, possono dirigersi verso la stratosfera in un attimo. Una menzione speciale va al batterista Cesar Arakaki. Ci sono momenti in cui è difficile credere che abbia solo due mani. Con “Altered Place” assumono sonorità oscure, ma pregne di misticità folk-rock. In questa modalità rock più composta, la band ricorda l’oscura mistica dei primi giganti psichedelici della Bay Area come i Jefferson Airplane tanto quanto fatto in passato in atti oscuri come “Anonymous” e “Relately Clean Rivers”. Dopo un inizio vivace, il disco si sposta in un territorio più dolce con lo scarno “Fire of the Now”. “Painting a Vision That Carries” è costituito da delicate armonie vocali e da una struttura dinamica che va da segmenti acustici controllati a versi esplosivi e viceversa. Le tendenze da Dead della band vengono a galla con spassosi lead di chitarra e abbagliante interplay di gruppo. La seconda metà di “Nightcap at Wits ‘End” diventa una serie di pezzi storditi e serpeggianti che si confondono l’uno nell’altro in nuvole di jam confuse. I temi riaffiorano mentre la band si mescola attraverso riff meditativi su “Crown of Thought”, intermezzi Krautrock-y e il beatamente ronzante Popol Vuh-esque “A Reckoning”. L’eccellente psichedelia riesce a ricordare momenti dei maestri del passato pur offrendo una chimica e una composizione uniche per la band.

Questo lavoro è l’articolazione più completa della loro vasta gamma creativa e si pone come il loro LP più concentrato e coinvolgente fino ad oggi, capace di richiamarti ad ascolti continui e di rivelarti sempre qualcosa di nuovo. Di quanti album puoi dire questo?