DEAD TONGUES “Transmigration Blues” Cover albumLe persone possono vagare per anni nel deserto senza mai uscire di casa oppure puoi visitare il paese e sentirti ancora perso e abbandonato. Queste esperienze informano il nuovo disco di The Dead Tongues, “Transmigration Blues”. Con uno spirito irrequieto, Ryan Gustafson ha viaggiato per le strade secondarie d’America come chitarrista per Phil Cook e Hiss Golden Messenger. Il disco è il quarto della discografia di Ryan è ha la capacità di rendere malinconia e tristezze assortite un quadro su cui riversare leggeri raggi di sole fatti di chitarre acustiche che propagano per l’etere suoni che rimandano al country-folk californiano, ballate intrise di psichedelia interiore che si armonizza con melodie alla CSN&Y. Quindi possiamo parlare di West-coast, da tanti rispolverato in questi anni, e il risultato è credibile perché il nostro possiede il dono di saper comporre ottime canzoni.

Navigando tra i bagagli della sua stessa vita, setacciando i relitti per trovare ricompense, “Peaceful Ambassador” funge da punto di partenza per il suo viaggio. Tra le chitarre acustiche leggermente strimpellate, in contrasto con delicate linee elettriche, i Dead Tongues parlano di cambiamenti personali e del loro tributo: “Ho attraversato quella grande solitudine oceanica / ingrato sono diventato”. La lente che usa Gustafson non è color rosa; i suoi fallimenti sono messi a nudo.

C’è un lato triste nella musica della traccia omonima . Anche se lunghi 6 minuti, delicati passaggi acustici non sono in grado di resistere alle nuvole temporalesche che si avvicinano. La canzone si avvia verso una conclusione con archi e tastiere che tirano fuori una nota di positività dall’arco discendente prevalente. Con l’aiuto dei Mountain Man ai cori, “Déjà Vu” ricorda sia i Fleet Foxes di Robin Pecknold che Crosby, Stills, Nash e Young, con un eccellente assolo armonico. La canzone rivisita i classici manierismi del passato, ma in qualche modo rimane coniata di fresco. Dal punto di vista dei testi, la seconda strofa ti dice tutto ciò che devi sapere: “Il cielo è affollato / con un milione di luci che cercano solo di attraversare l’oscurità / e trovare una via d’uscita”. A volte se si chiudono gli occhi si hanno dei ‘flashback’ sul proprio passato. Questo è il caso di “Nothingness and Everything” . La canzone procede lentamente fino all’ assolo finale.

C’è un vuoto spirituale che abita i confini di questa musica. “Song To The Void” ti porta a quel limite. Proprio mentre inizi a guardare oltre e contempli di fare un passo in un’ altra direzione, i sintetizzatori ti tirano indietro dolcemente, un momento di redenzione prima di decollare sulla “Road To Heaven”. Mentre le chitarre strimpellano e i violini suonano una melodia triste, Gustafson sospira, mentre il suo respiro si esaurisce.

Il disco espone chiaramente tutte le problematiche che attanagliano Ryan, ma, nonostante tutto, si percepisce ancora una speranza in grado di farci desiderare di andare avanti!!!


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