Dopo aver reso omaggio di recente a Roky Ericsson, a un giorno dalla sua morte, suonando una bellissima e struggente versione di “Night of the Vampire”, Chelsea Wolfe ritorna in pista con un nuovo album.
La sesta fatica in studio della cantautrice californiana si intitola “Birth Of Violence” e conferma il sodalizio con Sargent House. L’album vede il ritorno al sound delle origini e dei primi album, più improntato sulla musica tradizionale americana e sul puro songwriting. Accompagnata dal sempre presente Ben Chisholm e occasionalmente dalla batteria di Jess Gowrie e dalla viola di Ezra Buchla, Chelsea sostiene che è stato un modo per fermarsi dalla vita del tour continuo e per ritrovare sé stessa. Gli ultimi album di Chelsea si erano diretti verso sonorità sempre più metalliche e distorte che avevano toccato un punto di non ritorno con il disco del 2017 “His spun”. La Wolfe era già portata ad esplorare il lato oscuro dell’esistenza per cui la direzione era quella di un sound sempre più oscuro, malato e distopico. Se aggiungiamo un lungo periodo trascorso sui palchi, di sperimentazioni sonore e d’incontri con musicisti a lei affini, risulta evidente come la nostra avesse il bisogno di un ritorno a casa per superare un senso di malessere e stanchezza che si portava dietro da diversi anni.
Nella quiete domestica ha iniziato a scrivere alcuni pezzi in perfetta solitudine, accompagnata solo dalla propria chitarra Taylor e, naturalmente, dalla voce, che rimangono i due strumenti principali che formano l’impianto sonoro del nuovo lavoro. Si percepisce immediatamente un cambio nelle atmosfere e nei suoni, la volontà di ritornare verso la tradizione folk-dark americana, ma che nel risultato finale tradizionale non risulta affatto.
La aiutano i collaboratori che fanno parte dei musicisti che prendono parte alla nuova fatica. Ben Chisholm che, oltre ad occuparsi della registrazione, aggiunge effetti, electronics e soundscapes dall’indubbio fascino, Jess Gowrie dietro ai tamburi e Ezra Buchla con la sua viola.
Il brano più indicativo della strada intrapresa da Chelsea sta tutta nel pezzo introduttivo, “Mother road”, una ballata oscura, ma dal tocco carezzevole rispetto al recente passato, che nel finale vede la viola prendere la scena lasciandoci senza fiato. Si prosegue, per tutta la durata, con una serie di folk songs che sprigionano malinconia, momenti onirici, dolore e intensità, ma senza ricorrere a distorsioni oppure a muraglie di chitarre.
Si percepisce perfettamente la qualità della scrittura in tutto il suo splendore e della voce capace di dare un’impronta carnale a melodie che navigano tra tradizione e memoria.
Un disco di non semplice lettura, ma che bisogna avere il coraggio di ascoltare perché dotato di una grazia presente in ogni solco, ma non immediatamente percepibile. Il mio album preferito di Chelsea Wolfe!!!


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