Bobby Rush possiede uno sguardo leggermente diabolico, nonostante sia figlio di un predicatore, ma è anche un uomo fiero che, dopo decenni in cui ha lavorato instancabilmente, sia suonando con i grandi sia a proprio nome, è riuscito ad arrivare alla vetta, come suggerisce il titolo del disco di nuova stampa uscito da poco per la Deep Rush Records.
Il buon Bobby non è certo un uomo di mezza età, ma un ottantacinquenne con pochi rivali nell’ambito del blues elettrico di scuola chicagoana e venato di funk e R’n’B, dotato di voce tonitruante, di un bell’approccio all’armonica e di un manico niente male. Il nostro cominciò a suonare l’armonica a quattro anni e la chitarra ad undici, si formò alla scuola di Elmore James in Arkansas, suono poi nella Windy City con Muddy Waters, Jimmy Reed, ma i grandi di Chicago sono stati o suoi maestri oppure compagni di scorribande sonore.
Il lavoro in questione è il ventiseiesimo della sua carriera, che ha raggiunto importanti traguardi solo nel nuovo millennio come l’ottenimento di ben dodici Blues Music Awards (a fronte di ben 48 nominations), l’ingresso nella Blues Hall Of Fame nel 2006 e l’anno successivo si potè fregiare dell’onore di essere stato il primo bluesman a suonare in Cina.
“Sitting on the top of the blues” è stato prodotto da Vast Jackson, aiutato saltuariamente da Scott Billington. Secondo Bobby questo è l’album in cui ha messo tutti i suoi stili e le sue influenze in un calderone, poi lo ha shakerato ben bene ottenendo così la Bobby Rush Blues Soup (parole sue).
Non resta che mettersi all’ascolto del programma ed accettare qualsiasi cosa proponga perchè ad uno così non si può obiettare nulla. Si inizia con “Hey hey Bobby Rush” un R’n’B con tanto di fiati in cui si proclama orgogliosamente un bluesman, che è quello che sa fare e lo suona per noi. “Good stuff” sfiora il funk e mette in evidenza sia l’armonica che la sei corde, mentre la voce calda e ammaliante ci racconta del tentativo di sedurre una ragazza. C’è spazio anche per uno strumentale come “Bobby Rush skiffle”, brano a sé stesso dedicato, in cui accanto alla solita armonica del nostro si può avvertire la presenza di un piano barrellhouse. Adesso è il momento di due slow blues, il primo, “Slow motion”, mette in bella mostra una chitarra wah-wah creando un’atmosfera di calda sessualità, il secondo, “Shake Till you get enough”, ha un ritmo alla James Brown con, una volta di più, l’armonica che si mette in mostra.
Il finale ci riserva il momento clou con “Bowlegged woman”, pezzo che ci fa capire come si suona un Chicago-blues e che mette in risalto la sua voce con un bel pieno, in secondo piano, di Hammond, chitarra ed armonica.
Niente di nuovo, ma una dose intensiva di feeling e passione, non si può chiedere di più ad un anziano signore che ne ha viste di ogni nel corso della sua carriera!!!


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