TOM JONES – ‘Surrounded By Time’ cover albumDopo la morte di sua moglie Linda nel 2016, Tom Jones temeva che non avrebbe mai più cantato. Nonostante le sue numerose infedeltà segnalate, la coppia è rimasta insieme per 59 anni. Ora, all’età di 81 anni, Jones dice di averle sempre portato a casa le migliori battute dai tour. Amavano ridere insieme. Senza Linda, Jones sospettava che anche le sue canzoni ben oliate gli sarebbero rimaste in gola. Ma lei gli ha detto che avrebbe dovuto continuare a cantare, quindi l’ha fatto.

“Surrounded by Time” è il quarto album che Jones ha realizzato con Ethan Johns, il produttore che ha resuscitato la carriera del gallese con un trio di dischi di stampo americano. A partire dal blues “Praise & Blame” del 2010 e terminando con “Long Lost Suitcase” del 2015, Ethan (noto per il suo lavoro con Laura Marling, Ryan Adams e Kings of Leon) ha aiutato Tom a trovare una serietà matura per bilanciare la sua magniloquenza. Ora Johns ha messo a galla il nostro in un mare torbido di elettronica. Il suo baritono guida una rotta costante attraverso cover intrise di Moog delle canzoni preferite, con linee cupe su oceani oscuri, giorni senz’anima e costeggiando una costa scheletrica.

L’album inizia con una versione essenziale di “I Won’t Crumble With You if You Fall”, scritta nel 1997 dall’attivista per i diritti civili Bernice Johnson Reagon. Si tratta di una versione minimale in chiave gospel, un’interpretazione da brividi, chiaramente consegnata in memoria della moglie. Da lì, si lancia in una resa esistenzialmente rassegnata del trippy “The Windmills of Your Mind”, brano composto da Michel Legrand. Tom è assoluto padrone della melodia, mentre i musicisti si producono in un accompagnamento di piano di cristallina bellezza a cui si aggiunge un percussionismo leggero e poche note d’organo ad aggiungere un profondo pathos. L’emozione di Jones nello scalare le classifiche è catturata in una fantastica versione staccata del brano “Pop Star” di Cat Stevens del 1970. Tom canta dal punto di vista di un uomo che ancora non riesce a credere alla sua fortuna: ‘Guardami mamma’. Il suo esultante anti-snobismo e l’arrangiamento jazz sono una delizia in egual misura.

“Talking Reality Television Blues” di Todd Snider. Adoro questa canzone dal testo ironico, non ero sicuro che avrei apprezzato l’interpretazione di Jones. Ma ringhia una verità così colloquiale, esperta e gallese che sospetto che le persone che non conoscono Snider potrebbero pensare che abbia appena fatto il freestyle di quei testi abilmente trasformati dal vivo al microfono.

Un fan di vecchia data di Bob Dylan e Tony Joe White, il nostro si trasforma in versioni commoventi di “One More Cup of Coffee for the Road” di Dylan e “Ole Mother Earth” di White. Johns ha un sitar psichedelico anni Sessanta che fa esplodere in “Hole in My Head” di Malvina Reynolds. Il finale è una chicca, un fantastico resoconto di “Lazarus Man” di Terry Callier. Contiene l’ovvia gag che Lazzaro non potrebbe tornare senza Gesù (Jones non potrebbe senza Johns). Ma è anche potentemente sul miracolo della vita che abbiamo quando il nostro desiderio e la capacità di cantare possono sembrare impossibili.

Un disco da ascoltarsi senza nessuna pretesa, ma per il gusto che la musica in esso contenuta riesce ancora a regalarci!!!


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