THROWING MUSES- “Sun Racket”Anticipato dal primo acquatico estratto “Dark blue”, “Sun racket” è il nuovo e atteso album targato Throwing Muses, in uscita il 4 settembre per Fire Records. Si tratta del decimo album da studio per la band di Boston (attualmente formata da Kristin Hersh, David Narcizo e Bernard Georges.), a seguire “Purgatory/Paradise” del 2013. Il dinamico sound resta inconfondibile, tra chitarre, basso, batteria, melodie eteree, crescendo rumorosi e storytelling schizoide.

Hersh ha affermato che l’unica missione del trio consisteva nel «mescolare due vocabolari sonori completamente differenti: heavy noise, delicato carillon. Abbiamo scoperto che non dovevamo fare poi molto altro. “Sun Racke”t sapeva di per sé dove stava andando e ci ha messo da parte, il che è sempre la miglior cosa. Dopo trent’anni di musica assieme, ci fidiamo implicitamente l’uno dell’altro ma soprattutto ci fidiamo della musica».

La Hersh da tempo ha privilegiato la propria carriera solista e, di conseguenza, ha tenuto quella del gruppo in secondo piano, anche se a darle notorietà fu la sigla con cui fin dall’inizio degli anni ’80 divenne una delle formazioni cardine del rock alternativo statunitense. Il nuovo album è un lavoro conciso, diretto, molto elettrico evidente discendente dell’ultimo solista di Kristin. È un’effusione di chitarre modali, forme riverberate, tamburi rimbombanti e bassi pulsanti ambientati dietro il taccuino di storie ben scritte dalla leader. Un’opera di dieci canzoni, di racconti opportunamente battuti, incastonati contro un muro di suoni che è allo stesso tempo calmo ed etereo prima di costruire gloriosi crescendo cacofonici.

Prendiamo ad esempio il pezzo introduttivo, “Dark blue”, ci si ritrova in un suono molto anni novanta, un vortice elettrico che spinge una melodia indovinata in magmatiche distorsioni. La voce della nostra non ha perso un grammo del proprio fascino, ancora capace di passare dall’ardore allucinatorio alla dolcezza onirica e mai ha pensato di dover scegliere tra uno dei due modelli. In quest’occasione presta la sua ugola in favore di brani classici, che non portano nessuna novità stilistica, ma sono in grado di affermare la capacità di Kristin come compositrice, qualità mai messa in risalto con le dovute celebrazioni.

Non è difficile accorgersene, basta ascoltare “Bywater”, una melodia pop in cui è facile e necessario abbandonarsi, oppure farsi cullare dalla velata malinconia che pervade “Maria Laguna” e ancora essere fulminati dai riff stordenti di “Bo Diddley bridge”. Quando si raccoglie su sé stessa ci dona una canzone che profuma di Velvet come in “Milk at McDonald’s”, quando si fa intensa offre “Upstairs Dan” che ancora una volta ci fa apprezzare questo suono che così tanto ci aveva colpito ai suoi esordi.

Quando il disco termina, la volontà è quella di rimetterlo dall’inizio, come se ci fosse qualcosa di irrisolto al primo ascolto. Il miglior complimento per una band che è sulla breccia da quasi quarant’anni!!!


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