Ed eccoci pronti per una nuova avventura con gli School of Language, band parallela dei Field Music e parto di David Brewis. Questo è il terzo album di School of Language, seguito di “Sea From Shore” del 2008 e” Old Fears” del 2014. Si tratta di un lavoro il cui argomento, molto in voga in questi ultimi tempi, è Donald Trump, tra l’altro l’uscita dell’album coincide con la visita del presidente degli Stati Uniti in Gran Bretagna.
L’opera non è esattamente un disco di protesta, anche se è pieno di rabbia. “45” è stato scritto e registrato in poco meno di due mesi durante le pause di lavoro presso lo studio Field Music di Sunderland. Mostra delle sorprese non di poco conto, infatti invece del solito blend di prog e new wave ci elargisce dosi importanti di funky. Non mancano i richiami al post punk, visibili in pezzi come “A beautiful wall” e “Rex” e “The goldwater rule”, tramite l’uso incrociato delle chitarre che ci riporta ad un periodo di grande fermento creativo che vedeva protagonisti gruppi come XTC e Talking Heads dei primi tempi, che sono il riferimento per i nostri. Anche l’uso del synth nel riff con cui inizia “Adult in the room” ci fa ritornare alla mente gli Eurythmics, ma le armonie vocali rimandano a formazioni di ben altra caratura quali Beach Boys e Gentle Giant.
Come detto sopra il funk è la caratteristica basilare dell’opera, una black music alla Prince come si evince dalle linee di basso di “I’ve got the numbers” e dal falsetto della successiva “Nobody knows”.
Non c’è altro da aggiungere se non il fatto che tutto quello che viene pubblicato dal giro Field Music ha la peculiarità dell’alta qualità di scrittura, lo affermo senza possibilità di smentita, siamo sempre di fronte a dischi che non lasciano indifferenti e sono sempre almeno buoni, a volte ottimi!!!


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