SARAH DAVACHI – ‘Two Sisters’ cover albumNel 2014, durante la preparazione della prima negli Stati Uniti in Tennessee, il supergruppo sperimentale Nazoranai, composto da Keiji Haino, Oren Ambarchi e Stephen O’Malley, è stato oggetto di un documentario dei registi Sam Stephenson e Ivan Weiss. A un certo punto durante il film, O’Malley descrive un momento in cui gli è stato impedito di interrompere un soundcheck di Haino perché il musicista giapponese stava elaborando tutto l’ossigeno nel locale, inspirando ed espirando per un’ora finché non fu soddisfatto che tutto delle particelle fosse passato attraverso il suo sistema respiratorio. In “Two Sisters”, sembra che Sarah Davachi stia permeando i nostri pori in modo simile.

Il suo nuovo album è di novanta minuti di sereno drone da camera, accompagnato dal suono percussivo acuto delle cinquantatré campane carillon dell’Università del Michigan, il terzo più pesante al mondo. Attraverso brani sgranati, muscolosi e strutturati, tagliati da violino, viola, violoncello e una serie di organi, ottoni e flauti, si insinua in suoni lugubri che vengono trattenuti per così tanto tempo che si muovono attraverso di te, sprofondando nel tuo corpo in modo di sbattere i timpani ed emanare attraverso le cellule, i capillari e le vene. È una trasformazione molecolare. Uno che potrebbe abilmente cambiare la sensazione di una stanza tramite una singola nota risonante.

Rispetto ad “Antiphonals” dell’anno scorso, che è stato uno sforzo solitario di Davachi, “Two Sisters” sembra celebrare la fuga dagli anni della peste impegnandosi in una collaborazione molto ricercata con una moltitudine di musicisti, ingegneri e produttori. Spesso, all’aumentare del numero dei partecipanti, la visione dell’artista può essere diluita ma, dall’evidenza delle molteplici tracce con minuti a doppia cifra, sembra che il focus dei sedici co-cospiratori fosse acuto. Sembra tutto molto personale. Come se fosse il lavoro di un artista singolare. In particolare quando siamo invitati a sederci con toni così lenti e ardenti per allungamenti che invidiano quei leggendari bastioni dal sustain sfrenato, Sunn O))).

Queste sono composizioni dettagliate e di lunga durata. Le ondulazioni e le sottili modulazioni tonali delle quali assumono somiglianze con le fluttuazioni pazienti e discrete di grandi del cinema lento come Béla Tarr e Scott Barley. Il primo in particolare con “The Turin Horse”, un film che barcolla da uno studio avvincente del banale a una ripetizione contundente borderline. Gli stati si mescolano e si sovrappongono, diventando la stessa cosa.

Questo non vuol dire che la noia permea il lavoro. Piuttosto il contrario. È avvincente, estasiante, corroborante, persino. Se ti è piaciuto passare il tempo con i lunghi pezzi d’organo di Kali Malone o le corde sbavanti di MMMD, qui troverai parenti. È un languido mare di suoni che al rallentatore balla in modo casuale dalla tranquillità al disagio e viceversa. È qualcosa con cui sedersi. Contemplare.

C’è il potere nella dissonanza di turbare e nell’armonia di compiacere. Sarah Davachi sta scavando in profondità negli intervalli tra questi stati, nel luogo in cui dimora l’emozione, e ci tiene lì finché non possiamo sentirla ruggire attraverso i nostri polmoni.

Basta non dimenticare di respirare!!!