S. CAREY – ‘Break Me Open’ cover albumSean Carey è noto per la sua ormai decennale militanza come batterista e corista all’interno dei Bon Iver, insieme a Justin Vernon è uno dei componenti fondamentali della band. Proprio l’unione tra la sua voce unica e quella di Justin ha creato il riconoscibile stile dei Bon Iver.

“Break Me Open” arriva a quattro anni di distanza da “Hundred Acres”, registrato ad Eau Claire, Wisconsin (casa anche dei Bon Iver), con l’aiuto dei produttori e musicisti Chris Messina e Zach Hanson.

Il nuovo rilascio parla del matrimonio fallito, della morte del padre e della crescita dei figli, si parla di cambiamento e maturità con un tono positivo e mai disperato. “Break Me Open” è un disco maturo, scritto in modo impeccabile per gli amanti dell’indie-folk contemporaneo e, per i fan dei Bon Iver, una raccolta imperdibile.

Lo stile di S. Carey ha contribuito a rendere unico e riconoscibile il sound della band di Justin Vernon e il nuovo lavoro in proprio non fa eccezioni. Parla di amori passati, presenti e futuri, dell’essere padre e del sentimento che proviamo per i figli, della malinconia che ci inonda nel vederli crescere, degli errori che compiamo quotidianamente e di come imparare a riconoscerli ed accettarli sia parte della nostra vita. È un messaggio di speranza, onestà e maturità. Nel corso degli ultimi 10 anni Sean Carey è entrato a far parte della famiglia Bon Iver, divenendone un punto fondamentale, e ha collaborato a dischi importantissimi come “Carrie & Lowell” di Sufjan Stevens.

C’è una certa inquietante vulnerabilità presente in ogni secondo della musica del nostro. Mentre parte di quell’atmosfera musicale può essere attribuita alla sua identità registrata – usando solo la prima lettera del suo nome, Sean, nel proprio nome d’arte conferisce un po’ di mistica alla sua persona – la voce pacata, le armonie stratificate e la scrupolosa attenzione ai dettagli contribuisce a dar vita ad un’atmosfera divina che va oltre quella di un cantautore folk tradizionale. Ma, nelle sue parole, c’è ancora molto lavoro da fare, soprattutto quando si tratta di esprimere le proprie emozioni. Se l’obiettivo era essere consapevole di sé e vulnerabile, allora “Break Me Open” ha realizzato questo e molto, molto di più. Scritto all’indomani della morte di suo padre e dell’implosione del suo matrimonio, il disco, oscuro e prezioso, è maestosamente ampio e calorosamente tenero, fondendo archi lussureggianti e potenti linee di pianoforte per creare un’esperienza di ascolto unica e avvolgente.

Nella maggior parte delle esibizioni di spicco di Bon Iver, il nostro può essere visto dietro Vernon, mettendo in ombra la sua introspezione da musicista e aggiungendo colore armonico a “Skinny Love”, “Flume” e “Holocene”, tra gli altri arrangiamenti sereni. Tuttavia, esistono differenze tra lo stile di Justin e quello di Sean; in quest’occasione, il nostro adotta un approccio decisamente più diretto ad alcune delle nebulose narrazioni che sono state a lungo il punto fermo dei mormorii in falsetto di Vernon. Questa volta, ha deciso di iniziare a scrivere canzoni su un sintetizzatore piuttosto che sulla chitarra o sul pianoforte, strumenti sui cui era abituato a comporre. Tuttavia, riconosce che il suo stile sarà sempre paragonato a quello di Bon Iver, almeno in una certa misura.

Geograficamente parlando, “Break Me Open” è, ovviamente, ispirato dallo stato natale di Sean, il Wisconsin. Ma, per quanto il suo modo di comporre sia sinonimo di foreste innevate e dolci colline dello stato, parte della raccolta è stata effettivamente registrata nella località balneare di Gualala, in California, che è servita come una sorta di fuga per lui e i co-produttori Zach Hanson (Sylvan Esso, Tallest Man On Earth) e Chris Messina (The Staves, Electric Touch). Musicalmente, è stato ispirato da artisti del calibro di Ethan Gruska, Blake Mills e, in particolare, Sigur Rós, un’influenza a cui attribuisce il merito di aver reso il suo modo di scrivere più oscuro e sperimentale. Sebbene il lavoro possa difficilmente essere considerato un’imitazione del gruppo islandese – non ci sono racconti epici della mitologia norrena e arie di 10 minuti di cui parlare – il variegato pool di influenze di Carey è palpabile, sia dal punto di vista sonoro che narrativo.

Alla fine, l’album si fonde come un complesso insieme di emozioni incastonate in uno sfondo musicale tragicamente preciso. Dagli accordi angelici e ariosi di “Waking Up” alle melodie corali di “Sunshower” fino alla retrospettiva personale e filosofica di “Paralyzed”, questo è lo sforzo più personale e rivelatore di S. Carey. Ha tutta la profondità e la malinconia che ci si aspetta da lui, ma con un esterno liberatorio e lustrale che lo rende ancora più soddisfacente da vivere. Come colui che ha scatenato il lavoro pensieroso nel mondo, Sean era comprensibilmente soddisfatto del disco e, nonostante tutto il caos portato dagli ultimi due anni, si sente più confortato per averlo creato!!!