RON TRENT PRESENTS WARM – ‘What Do The Stars Say To You’ cover albumDopo aver ascoltato per la prima volta questo nuovo LP dal progetto di Ron Trent, WARM, sono rimasto davvero sorpreso. Il genio ritmico grezzo e fuori dagli schemi del punto di riferimento di Ron a Chicago, Altered States, è stato molto, molto, tempo fa, e da allora si è mosso in una direzione più melodica e più musicale.

Il comunicato stampa, giustamente, mette in risalto la gran parte delle collaborazioni costellate di star dell’album – ospiti di grande talento come Gigi Masin, Khruangbin, Lars Bartkuhn e Azymuth, la presenza del violino virtuoso di Jean-Luc Ponty – ma menziona a malapena il fatto che il nostro in realtà suona praticamente tutto – batteria, percussioni, tastiere e chitarra – l’ultima aggiunta al suo personale arsenale uditivo. Immagino che gli indizi fossero lì nel lavoro di produzione di Ron con A Band Called Flash e nella sua recente serie di remix lussureggianti, latini, influenzati dalla samba. C’era persino un WARM 12” uscito di soppiatto nel 2019. Ma devo dire che “What Do The Stars Say To You” mi ha ancora sconvolto.

Tutto nel rilascio è al gusto di fusione. Attingendo molto dal jazz-funk degli anni ’80, fluido e sofisticato, di artisti come Ryo Kawasaki e il già citato Azymuth.

Preoccupato di creare paesaggi sonori in cui le persone possono fuggire, qui Trent sembra sognare ad occhi aperti le spiagge di Okinawa e i carnevali di Rio. Paradisi, rinfrescanti brezze estive. L’atmosfera dominante che sto ricevendo – sulle montagne giapponesi – è a bordo spiaggia, a bordo piscina, beata, amata, ‘baleari’. Miraggi, oasi, nebbie di benessere di armonie celestiali e rime brasiliane. Magico boogie al tramonto mid e downtempo.

Il Señor Trent dipinge queste immagini da una tavolozza di sintetizzatori stratosferici, distanziati, dai bagliori solari e chitarra ritmica jazz, ritagliata – echi alla Santana nel cavo elettrico. Atmosfere vorticose, leggermente psichedeliche e toni ambient techno. Momenti che racchiudono una certa potenza di pianoforte. Tutti cavalcano lentamente ritmi di batteria, senza alcun segno del ‘four-to-the-floor’ della house.

La mia scelta nel mucchio è “Flowers”, un trionfo di soul elettronico ‘trippy’. Un bellissimo bagno di bolle di una ballata che ricorda gli album Madhouse di Prince, influenzati da Art Of Noise, e il classico “Cafe del Mar” di Seal, “Violet”. Forse vale la pena sottolineare che Trevor Horn è un altro degli eroi della produzione di Trent, e sicuramente si riconosce.

Un lavoro pazzesco, tra i migliori dell’anno in questo ambito!!!