RICHIE FURAY: “50TH Anniversary Return To The Troubadour” cover albumRichie Furay celebra cinquant’anni di straordinaria carriera (Buffalo Springfield, Poco, Souther Hillman Furay Band. ecc.) con questo concerto tenuto nel novembre del 2018 al Troubadour, il mitico locale di West Holywood in cui proprio i Poco fecero il loro debutto 50 anni fa. Il programma dei due CD include i due set eseguiti nel corso della serata: nel primo Furay, con la sua band DeLIVErin, propone dieci brani del suo repertorio storico con pezzi solisti, dei Poco e degli Springfield (a iniziare da “On The Way Home”, scritta da Neil Young), mentre nel secondo esegue per intero l’album live dei Poco datato 1971 “DeLIVErin’” accogliendo sul palco per due brani anche l’ex compagno di band Timothy B. Schmit. La confezione include un libretto di dodici pagine.

Per chi ha amato un certo genere di rock, quello che ha caratterizzato la fine degli anni sessanta e l’inizio della decade successiva saprà sicuramente chi sia Furay, nutro dei dubbi che sia conosciuto tra coloro che hanno cominciato ad ascoltare musica dopo la metà degli anni settanta. Al di là di queste considerazioni Richie è un musicista importante che si merita questa celebrazione, in quanto uno degli architetti del genere country rock come membro dei Buffalo Springfield, Poco, e successivamente con la Souther Hillman Furay Band.

Il 30 marzo, prima della nuova uscita, Furay ha parlato della canzone. “A Good Feelin’ To Know” ‘è tutto incentrato sulla gioia, la felicità e la soddisfazione’, dice. ‘Essere in viaggio quale Poco era — beh, a volte è stato difficile. Eravamo uno di quei gruppi che si guadagnavano da vivere viaggiando e tenendo concerti; il nostro obiettivo è sempre stato quello di portare gioia al nostro pubblico che ci ha invitato a far parte della loro vita in quel contesto. Ma erano solo due ore del giorno: il resto del tempo era viaggio, preparazione e attesa. Questo è ciò che potrebbe logorarti a volte. Non vedere l’ora di tornare a casa è stato ciò che mi ha spinto; quando tutto il resto era solo una sfocatura, c’erano sempre casa e famiglia. Quello era un ‘A Good Feelin’ To Know ‘- per me, questo era ciò che contava’.

Il concerto sold-out ha segnato il 50° anniversario del ritorno al luogo in cui i Poco (originariamente come Pogo) hanno eseguito i loro primi spettacoli nel 1968. La serata è stata anche contrassegnata da Schmit che si è unito a Furay nel brano “Hear That Music” scritto dallo stesso e tratto da da “DeLIVErin’”. (Il primo bassista dei Poco, Randy Meisner, era allo spettacolo nel backstage ma non si è esibito.)

La Richie Furay Band comprende anche Jesse Furay Lynch (tamburello e voce), Scott Sellen (chitarre, banjo e voce), Jack Jeckot (tastiere, armonica, chitarra e voce), Aaron Sellen (basso e voce), Alan Lemke (batteria), più Dave Pearlman (chitarra a pedali e dobro).

Timothy ha introdotto Furay sul palco dopo aver letto una nota di congratulazioni di Cameron Crowe (che intendeva essere al Truobadour di persona ma non ha potuto farlo all’ultimo minuto). Timothy ha poi anche presentato lo stimato artista e produttore Peter Asher (Peter & Gordon), che ha consegnato a Richey un premio commemorativo per il suo 50 ° anniversario per il suo ritorno al Troubadour.

Ciò che colpisce immediatamente è la freschezza del suono che la formazione riesce a mantenere su pezzi che possiedono mezzo secolo e la bellezza delle voci che il leader e la figlia esprimono quando si affiancano. Si inizia con il pezzo di Young che il nostro cantò nel disco del commiato degli Springfield, lenta apertura strumentale ed una interpretazione vocale che sa ancora emozionare. “Let’s Dance Tonight” da “Crazy Eyes” è il classico pezzo alla Poco e serve per dare inizio alle danze, è quindi il momento di “We were the Dreamers”, brano tratto dall’ultimo disco di Furay, che emana profumi e sapori della vecchia band. Si torna ai Buffalo con “Go and Say Goodbye”a firma Stills, l’arrangiamento è rivisto con gusto e si possono apprezzare ottimi inserti acustici. “Winds of Change” è una traccia dal grande respiro in cui sei corde acustiche e cori da brivido ci fanno vibrare come ai bei tempi, grazie anche al supporto del piano e dell’hammond nelle sapienti mani di Jeckot. Uno dei momenti di più alta espressività, inatteso pure per la sua durata, è rappresentato da “Anyway Bye Bye”, in cui i musicisti ci danno dentro alla grande e si sprecano gli applausi a scena aperta. Il primo disco si chiude con “Someday”, dall’ultimo album di Richie che lo vedeva accompagnato da Ke Mo’, dilatato grazie ad un finale strepitoso in cui chitarre, armonica sono al meglio delle proprie possibilità.

Non mi dilungherò sulla seconda parte del cd per non togliervi il gusto della scoperta, sappiate che ci si mantiene ad alto livello, con il giusto tiro, l’apparizione della pedal steel di Pearlman non ci fa rimpiangere quella di Rusty Young e le voci sono da pelle d’oca. Cito solo la chiusura “A Good Feelin’ to Know” per le sensazioni che ha saputo donarmi e i ricordi che ha risvegliato in me.

Niente di nuovo, ma quando la classe si esprime a questi livelli non resta che inchinarsi e ringraziare!!!