NINA NASTASIA – ‘Riderless Horse’ cover album«”Riderless Horse” è il mio primo album solista. Il primo che il mio ex-partner, Kennan Gudjonsson, non ha prodotto». Con queste parole, Nina Nastasia rompe un silenzio che durava da più di due lustri. Del 2010 è “Outlaster”, il suo sesto lavoro. Accanto a lei, proprio come per quel rilascio, torna Steve Albini, ma non appunto Gudjonsson, compagno di una vita che lì aveva curato le orchestrazioni. Gudjonsson si è tolto la vita a gennaio 2020 e pertanto “Riderless Horse” è, giocoforza, il disco in cui Nastasia ne elabora il lutto, ma non solo. È anche quello che ne segna una rinascita fatta di sprazzi di gioia e una nuova consapevolezza riguardo ai propri mezzi e capacità.

Il disco tenta di rispondere a una domanda: come ci si riprende esattamente dalla tragedia? Nina ha smesso di fare musica nel 2010, rendendosi conto di essere infelice e di soffrire di problemi di salute mentale. La musica era stata il suo sfogo, ma era diventata ‘una fonte di assoluta miseria’.

Nel gennaio 2020 la situazione era diventata completamente isolante e la nostra prese la decisione di separarsi da Gudjonsson; si suicidò il giorno dopo. Quindi “Riderless Horse” è il tentativo di Nastasia non solo di riscoprire la qualità curativa della musica – e dell’atto di creazione in generale – ma segna anche ‘momenti di potenziamento e una vera felicità nello scoprire le mie capacità’, riflette.

Opportunamente, il disco inizia con la registrazione di una bottiglia di vino che viene stappata e versata in un bicchiere. Fornisce l’ambientazione per un album registrato come se fossi nella stessa stanza, mentre la cantautrice mette a nudo la propria anima su plettri e strimpellate di chitarra acustica.

La sua musica è toccante e memorabile come lo è stata dal 2000, anno della pubblicazione di “Dogs”, ma nei 12 anni trascorsi da “Outlaster”, è chiaro che le sue esperienze hanno spostato la sua attenzione.

Queste canzoni sono incentrate sul ricordo, la redenzione e il ringiovanimento, e la raccolta suona come una rinascita creativa e spirituale. ‘Succedono cose terribili’, dice. ‘Sono state cose terribili. Quindi, cosa fare: imparare qualcosa di prezioso, entrare in contatto con le persone, spostare il corpo fuori da quell’appartamento, ricordare l’umorismo, trovare l’umorismo, dire la verità e fare un disco. Ho fatto un disco’.

Si tratta dell’opera più minimale dell’autrice con una chitarra che dipinge accordi eterei (“You Were So Mad”), che sa essere pizzicata in modo imperfetto, ma per questo con una capacità di coinvolgimento superiore (“Trust”). Poi abbiamo la voce, quella voce, che ci sembra ancora più preziosa da ascoltare dopo tutto il tempo in cui è stata muta. Una vocalità a volte amara (“This is Love”), in altre occasioni fiera (“The Two of Us” e “Afterwards”), qualche volta gentile e sbarazzina (“Just Stay in Bed”).

Pur scarno l’LP ha una propria densità sonora che cattura l’ascoltatore, anche per la profondità dei testi, molto diretti e che sanno centrare il bersaglio. Abbiamo aspettato a lungo, ma ne è valsa la pena. Disco semplice, ma profondo!!!