MOIN – ‘Moot!’ cover album“Moot!”” è l’esordio sulla lunga distanza dei Moin, trio formato da Joe Andrews e Tom Halstead, in arte Raime, che per l’occasione hanno unito le forze con la batterista Valentina Magaletti dei Tomaga.

Il disco, che arriva a otto anni di distanza dall’omonimo EP pubblicato nel 2013 per la ormai defunta Blackest Ever Black, colpisce per una proposta sonora che mette da parte le teorie elettroniche, esplorando influenze post-core à la Unwound, sospensioni à la Slint e matematiche à la Touch Ad Go.

La loro ultima uscita è qualcosa di completamente diverso. Unendo le forze con la percussionista italiana Valentina Magaletti nel ruolo di Moin, questi fratelli cupi hanno sperimentato più che mai i campioni dei testi, mentre scrivevano un album di scintillante rock psichedelico visto attraverso il caleidoscopio di stili che è l’etichetta di Nic Tasker, AD 93. “Moot!” è un disco senza pretese e divertente condito con rapidi cambi di marcia, cambi di tonalità e aneddoti intriganti su quartieri vuoti e scrutando nelle acque scure al tramonto.

Tutto è immediato e ancorato dalla percussione di Magaletti, allo stesso tempo cruda e immacolata. Puoi sentire le influenze della pista da ballo su “I Can’t Help But Melt”—un ibrido rave e post-punk con un bruciante assolo di chitarra elettrica—mentre “Lungs” presenta un campione vocale stroboscopico e un coro di chitarra frenetica. Quei familiari valori della produzione Raime brillano in “It’s Never Goodbye”, dove la chitarra suona come un treno in arrivo. È il tipo di canzone che ti trasporta in una roadhouse lynchiana, una foschia di fumo di sigaretta e luci spente al tungsteno. Su “Right Is Alright, Wrong Is To Belong” la batteria a tenuta stagna si mescola a profonde progressioni di accordi che risuonano come bacchette di rame colpite da un martello, mentre una voce nevrotica singhiozza ‘Penso di essere andato troppo oltre’ più e più volte. In alcune parti, questo album suona come Slowdive, altrove una band metal industriale (pensa a Godflesh). I brani che suonano di più come quest’ultimo, come l’opener “No To Gods, No To Sunsets”, riescono a evocare una visione di un oscuro nuovo ordine mondiale.

I testi di questa traccia sono i più sconcertanti: ‘il quartiere è quasi vuoto ora, e anch’io lo sono’, preparando un palcoscenico inquietante per il resto dell’album. Viviamo in un mondo governato dalla mescolanza di personalità. Quando Andrews e Halstead sperimentano, tendono a farlo molto bene. Qui, insieme a Valentina si sono tranquillamente superati e questo album potrebbe tradursi molto bene in uno spettacolo dal vivo in un seminterrato poco illuminato. È un altro disco inquietante da appendere come un dipinto rinascimentale nell’inquietante galleria della loro mente collettiva!!!