MARY LATTIMORE & PAUL SUKEENA – ‘West Kensington’ cover albumCirca un anno fa, il governo degli Stati Uniti ha ammesso apertamente: ‘Abbiamo prove che ci sono alieni’. Questa rivelazione è del tipo che teoricamente alimenterebbe rivoluzioni, cambiamenti di zeitgeist, pace nel mondo o caos diffuso. Eppure, a causa dei bizzarri avvenimenti sul nostro pianeta, una così massiccia rivelazione è stata accolta con… niente, davvero. È a malapena immesso nella coscienza pubblica, appena scoppiettante nel discorso, come una scintilla in un incendio.

Mary Lattimore e Paul Sukeena incontrano il mondo dove si trova in questo senso, incanalando stupore di fronte ad un’era molto confusa. Sono due terrestri che emettono suoni nel vasto ignoto che è la nostra casa terrestre, evocando la vastità dello spazio, ma mantenendolo iper-locale. L’ampio universo è a loro disposizione, eppure il loro album, “West Kensington” è musica ambient nella sua forma più familiare e organica. Amici, vicini e amici del branco, Sukeena e Lattimore travasano la loro città natale, Filadelfia, attraverso una lente di meraviglia. Registrato all’inizio della pandemia, il disco è grazioso, paziente e insolito.

Mentre Sukeena è stata in tournée con grandi dell’alt-country come Steve Gunn e Angel Olsen, Lattimore porta il suo ‘multistrumentalismo’ e la sua beatitudine ambientale in uno stupore sul grande schermo. “Didn’t See the Comet” è una meditazione acuta che invoca l’armonia dell’essere dove ti trovi in ​​qualsiasi momento. “Hundred Dollar Hoagie” – dio, questi titoli di canzoni sono veramente intriganti- suona qualcosa di simile al funerale di una balena. È nobile ed epico, con sintetizzatori gommosi e una chitarra che geme come un solenne corno dell’abbondanza.

“Flaming Cherries Jubilee at Antoine’s” è un pezzo intricato con ogni strumento che ha il proprio momento: chitarra, sintetizzatore e arpa, tutti sfrigolanti in un riverbero echeggiante. L’insieme culmina nella tranquilla traccia finale “Garage Wine”, con luccichii atmosferici che si estendono per nove minuti. Non spicca molto, ma lascia un’impressione duratura del lavoro.

Alieni a parte, c’è molto di cui stupirsi quando si considerano i nostri tempi. La parentela e la speranza in questo disco sono esse stesse dei punti di riferimento. Il grande silenzio della pandemia ha permesso a tanto di sbocciare ed appassire, in forma libera. È tutto terrificante, bellissimo e infinitamente confuso. Possiamo solo sperare di prendere tutto e creare qualcosa di così radicato!!!