LAURA CANNELL – ‘We Long To Be Haunted’ cover albumLa polistrumentista Laura Cannell continua la propria sorprendente serie di pubblicazioni del 2022 con una rivisitazione ultraterrena della musica sacra, saldando improvvisazioni di organi a canne a manipolazioni lisergiche delle campane delle chiese e registrazioni sul campo.

Onestamente, ci stiamo ancora concentrando sul geniale “Antiphony of the Trees”, facilmente uno dei set più sottovalutati dell’anno. “We Long to Be Haunted” serve solo ad amplificare la nostra ossessione, costruendo la sua topografia sonora per espandersi da “Unlocking Rituals” incentrato sull’organo a canne e perfezionando la sua essenza rarefatta in cinque esplorazioni accuratamente potate di folk medievale e musica sacra.

L’abilità strumentale di Laura è cruciale qui, ma non è interessata al tipo di musicalità appariscente che è diventata la norma durante l’era barocca, usa invece la propria capacità di trasmettere emozioni, storia contestuale e curiosità, piegando ogni suono alla sua volontà e curando un’atmosfera che è sia magico che incredibilmente unico.

Non mancano gli artisti che trascinano le dita attraverso il playbook delle vibrazioni medioevali, ma l’interpretazione della nostra di quell’epoca non è una postura estetica: è una connessione studiata con un passato che è disperato da esplorare con un livello di sfumatura.

“Scorched Fields and Cracked Earth” ci attira attraverso il cancello con una fanfara d’organo arricciata che sembra splendente, ma non eccessivamente germanica. C’è ancora una traccia dell’austerità militare celtica diluita nel colore del drone monastico paleocristiano; arriva “Dried Hands Pluck the Stems” e veniamo trasportati in un riflesso più familiare di quell’epoca, poiché Cannell usa la leggera dissonanza degli archi per attirare il folk gaelico e il minimalismo classico più moderno nello stesso respiro.

Come “Antiphony of the Trees”, l’autrice del Norfolk recita nella natura in “Golden Torcs and Ancient Hymns”, giustapponendo ritardati richiami di uccelli a solenni suoni d’organo a canne, creando collegamenti con la realtà fisica della musica antica britannica.

Nell’abbagliante chiusura dell’EP, “Listen at the Earth’s Edge”, incorpora quello che suona come il canto dei volatili al contrario e le campane delle chiese, incanalando contemporaneamente il mondo antico e la vita parrocchiale medievale. La sua improvvisazione dolorosa, ma travolgente, con l’organo a canne radica il pezzo in un senso di terrore e meraviglia combinati, che riecheggia attraverso la storia con un sapore terroso così forte che puoi quasi assaporare l’aria.

Musica fantastica – scenografia ancora migliore!!!