JOHN SMITH: “The Fray” cover albumJohn Renbourn lo aveva definito il ‘futuro del folk’ e non c’è dubbio che ci avesse azzeccato in pieno. Lo conferma questo nuovo disco che ce lo presenta in grandissima forma dal punto di vista della scrittura, dell’ispirazione e degli arrangiamenti. Dotato di una voce calda ed espressiva, rauca con una morbidezza di fondo che la rende particolarmente affascinante. È anche un notevole chitarrista, deve la sua capacità allo studio di fuoriclasse quali John Martyn, Richard Thompson e Davy Graham, grazie ai quali ha sviluppato un’ottima tecnica sia in fingerpicking che in slide. Quello che colpisce in questo lavoro, però, è, soprattutto, la sua vena cantautorale e la presenza di splendide ballate capaci di trasportarci tra la campagna inglese e il Texas.

Il sesto album di John Smith, “The Fray”, arriva sulla scia di un anno personalmente traumatico che ha coinvolto un aborto spontaneo e la diagnosi di cancro di sua madre. Registrato ai Real World Studios e co-prodotto con Sam Lakeman, si apre con il ritmo da battito di mani e l’atmosfera del falò sulla spiaggia di “Friends”, una scelta appropriata dato che ciò che segue presenta un assemblaggio di musicisti stellari, tra cui una band di supporto composta dal pianista Jason Rebello, il bassista Ben Nicholls, il batterista di Paolo Nutini, Jay Sikora, Marcus Hamblett ai fiati e Jessica Staveley-Taylor dei The Staves alla voce.

Proprio come l’apertura parla di essere sempre lì per qualcuno, così anche la sensazione altrettanto rilassata di “Hold On” ha come argomento quella di farcela nei momenti di difficoltà e ‘rotolare con i pugni ogni giorno’, la voce di supporto di Staveley-Taylor aggiunge un’impennata corale. Forse è dovuto al fatto che risiede nel Devon, ma c’è un’atmosfera simile a quella di Jack Johnson in “Sanctuary”, un numero post-rottura che lo vede ‘Bere forte in cerchio / Cercare di dimenticare’, con un’avventura di una notte senza senso, culminata in l’ironica osservazione ‘Sono un pazzo se penso che / Vino e uno sconosciuto / Risveglio sprecato / Mai aggiustato un cuore spezzato / Ma è un punto di partenza’.

Al contrario, l’autocommiserazione in “Deserving” è forse più evocativa di John Martyn nel suo lavoro di chitarra con percussioni e testi cantati senza fiato, poi arriva il primo dei contributi degli ospiti con Sarah Jarosz alla voce di sottofondo e Bill Frisell che suona la chitarra elettrica a partire dal quinto minuto. Sarah Siskind co-scrive “Best Of Me” che, aprendosi con contrabbasso e fronzoli di chitarra, ha una sensazione di fine giornata e testi che offrono un doloroso esame di sé (‘Scavo dentro le mie intenzioni / Per il mio amore ha stato motivo di discordia / Ho ferito quelli che mi guardano così chiaramente / E ho soffocato tutte le mie abitudini con un sorriso’), accentuando la perdita di colui che era un conforto nella notte ‘con solo il pestaggio del tuo cuore’.

Bello il duetto con Lisa Hannigan, “Star-Crossed Lovers”, cantata in modo ferito e dolorante, e la sua richiesta di una seconda possibilità. La traccia contiene anche un assolo di chitarra di Kenneth Pattengale dei The Milk Carton Kids che si sono esibiti in un’apparizione successiva insieme a Hannigan nella ballata della title track basata sul pianoforte, in parte Elton John, in parte Tom Waits, che affronta la follia del mondo della musica. Un’altra gemma in una volta di diamanti, Staveley-Taylor alla voce di supporto, l’entusiasmante “To The Shore” arriva con una marcata marcia attraverso il sapore scozzese di erica, anticipando il numero finale. Si conclude quindi con, prima, il breve assolo fingerpicked a tema di recupero “She’s Doing Fine” con la sua calda coda della sezione fiati e, infine, la mescolanza di dolore e positività nel pianoforte e chitarra arrangiati, “One Day At A Time”, dove chiede ‘Come stai a superare / un giorno alla volta?’, toccando la disperazione con ’Non so pregare / E nessuno ascolta / Il primo giorno del resto / Solo il resto della mia vita’, ma trovando accettazione, risoluzione e forse guarigione con ‘E anche se non lo faremo mai incontrare / Amore mio sei ancora una parte di me’.

Smith afferma che queste sono le canzoni più oneste che abbia mai scritto, sull’accettare che la vita può essere dura, ma provare comunque a godersela. Se non resistiamo, siamo persi. Disco strepitoso e opera migliore del nostro fino ad oggi, per me già un classico!!!