CHERI KNIGHT – ‘American Rituals’ cover album“American Rituals” raccoglie le registrazioni di Cheri Knight realizzate durante il fertile movimento DIY fiorito intorno all’Evergreen State College di Olympia, Washington, all’inizio degli anni Ottanta. Con l’accesso agli studi di registrazione multitraccia del college, una biblioteca di strumenti in prestito e uno spirito di sperimentazione sfrenato, Cheri e i suoi collaboratori hanno creato fusioni estatiche di minimalismo, art rock e tecnica vocale. Restaurata e rimasterizzata da fonti originali su nastro da Josh Bonati, l’edizione in vinile include note di copertina complete di Steve Peters.

“American Rituals” è il titolo perfetto per il particolare insieme di esperimenti registrati in casa di Knight. L’artista di Olympia, con sede a Washinton, era meglio conosciuta per il proprio appartenenza alla band alt-bluegrass Blood Oranges, ma il lavoro da solista è quello dove diventa davvero interessante.

La traccia di apertura, “Prime Numbers” mette in scena frasi ripetute e conteggi contro applausi ritmici e uno schema di cassa spezzato, accennando agli esperimenti sul polso di Steve Reich e ai dischi in fase (in particolare “Clapping Music”), ma senza mai perdere la sublime nonchalance della scena fai-da-te di Cascadian degli anni ’80.

“Tips On Filmmaking” è ancora più profondo, sfumando dolcemente con i droni bulbosi prima di dissolversi in schemi di marimba e voci cantate; è musica profondamente americana, ma si ricollega ad una tradizione di comunicazione musicale più antica rispetto alle canzoni primitive americane o alle incisive registrazioni country.

In “Water Project #2261”, Cheri evoca una meditazione pacifica usando pianoforte, percussioni vitree, synth pad e basso in plastica in stile Eno. Si blocca nella new age dell’epoca e nelle tradizioni ambientali, ma suona simultaneamente divorziato dalla ripetizione di quella scena, suggerendo panorami sonori più spigolosi (e marcatamente meno elaborati).

“No One’s Hands” è la traccia più impressionante dell’album, e bilancia i ‘coos’ vocali della ninna nanna della nostra con sussurri appena udibili che forniscono un effetto ‘ASMR’, in anticipo sui tempi, che non è distante dal fondamentale “Automatic Writing” di Robert Ashley.

“American Rituals” sembra un prodotto fatto in casa, ma mai consapevolmente lo-fi – fornendo uno specchio prezioso in un fertile angolo di tempo in cui punk, musica folk e sperimentalismo intellettuale esistevano contemporaneamente e in un’armonia perfettamente rotta!!!