BEACHY HEAD – ‘Beachy Head’ cover albumPrima di entrare a far parte degli Slowdive, Christian Savill aveva fondato una band chiamata Eternal. Aveva soltanto 19 anni quando, con i suoi compagni di allora, riuscì a farsi pubblicare un singolo dalla Sarah Records. Degli Eternal, Christian era il vero e proprio frontman: oltre a suonare la chitarra, cantava, incombenza che non ebbe più modo di espletare quando, dopo un provino in cui, in realtà, si cercava una chitarrista donna, venne ingaggiato da Neil Halstead e Rachel Goswell. Negli Slowdive, Savill non è mai stato al centro della scena, sebbene con i Monster Movie (duo formato insieme all’amico di lunga data Sean Hewson), avesse dimostrato di poter guidare una band, pubblicando ben sei album tra il 2002 e il 2017. È per questo che, comprensibilmente, il nostro ha tenuto da parte quella manciata di canzoni che vanno a costituire l’LP d’esordio dei Beachy Head, progetto al quale contribuiscono i poli-strumentisti Ryan Graveface (Dreamend, The Casket Girls) e Steve Clarke (The Soft Cavalry), oltre il batterista Matt Duckworth (Flaming Lips) e la collega – appunto negli Slowdive – Rachel Goswell.

Sul debutto omonimo di Beachy Head, Savill ha seguito il playbook dell’ultimo album di Slowdive. C’è molto di familiare sul disco, molti pezzi di shoegaze da sogno. Ma ci sono anche tentativi di innovare, poiché diversi brani periferici lo vedono avventurarsi in altri generi; parte funziona e parte no. Sebbene Christian abbia iniziato a scrivere queste canzoni nel 2019 senza una visione prefissata in mente, ora suonano per lo più come pezzi realizzati piuttosto che schizzi approssimativi.

La sua chitarra è superlativa come sempre, alla deriva e si intreccia in brani come la malinconica “Warning Bell” e la tenera, ma sicura traccia dream-pop “Distraction”. “Michael”, rispecchiando la propensione di Slowdive per i titoli delle canzoni che prendono il nome da una certa persona, è un ampio e vorticoso shoegaze. L’ossessionante e gelida “All Gone” è probabilmente il punto in cui si avvicina di più a catturare quella bellezza eterea e intoccabile delle migliori canzoni del gruppo madre, mentre la lenta ed effimera “October” è similmente intrisa di un debole romanticismo che è piacevole per farsi cullare.

“Looking for Exits” è offensivamente sfocato, ricordando il più mediocre rock alternativo degli anni ’90 con la sua linea di chitarre. “Hiddensee” (un’isola senza auto nel Mar Baltico) è un tentativo veloce e frenetico di synthpop che sembra troppo disorientante ed energico considerando l’atmosfera che lo circonda. “Destroy Us” punta quindi all’euforia roboante per chiudere l’LP. L’intera impresa ricorda quando il chitarrista dei Radiohead, Ed O’Brien, ha pubblicato il proprio debutto da solista, “Earth”, l’anno scorso, con un successo mediocre; sia l’album di Ed che quello di Savill sono perfettamente utili e seri, ma mancano della qualità mistificante e pesante che contraddistingue la loro band principale.

Per coloro che non provengono dall’Inghilterra meridionale, c’è un elemento utile nelle note di copertina: ‘Beachy Head è una scogliera di gesso nel Sussex. È una delle bellezze più popolari della Gran Bretagna, ma anche un famigerato luogo di suicidi’. Tale giustapposizione inquietante è ciò che la più grande musica shoegaze può evocare: una massa vorticosa di conflitto, terribile bellezza, splendida, ma deprimente. Un tale pozzo di emozioni, tuttavia, Savill fa fatica a trovare al suo debutto!!!