ALLEN RAVENSTINE – ‘The Tyranny Of Fiction’ cover albumUn quartetto di dischi EP incornicia uno sforzo artistico del fondatore dei Pere Ubu, Allen Ravenstine, che insieme portano il titolo criptico “The Tyranny of Fiction”. Ognuno ha circa mezz’ora di contenuto sonoro; le copertine attraenti fanno riferimento ai rispettivi titoli dei dischi e, su ciascuna, una micro-fiction. Queste storie più che brevi, che possono o meno collegarsi alla musica (lo definirei probabile, senza molto da fare), provocano l’immaginazione e soddisfano più che un arco narrativo. Ognuna è una fetta di una storia più lunga, una tessera rubata a un mosaico.

Ascoltandoli tenendo a mente la loro storia, vedi se non ti senti obbligato a scrivere il tuo romanzo. La storia richiede attenzione mentre la musica scorre? Le parole determinano la musica?

Il mio preferito è il quarto disco, “Rue du Poisson Noir”, che contiene brani con titoli come “Rear Window”, “Brothers Grimm”, “Open Season”, completo di una bestia minacciosa che ringhia alla fine di una misteriosa caccia attraverso il crepuscolo di una foresta musicale, con sonagli e strilli che punteggiano un ostinato di basso. Chi caccia, su chi è aperta la stagione? Forse c’è un indizio nel testo: ‘Ero qui quando i dinosauri cedevano… e sarò qui quando sarà il momento e la campana suonerà…’ Questo è un film noir senza dialoghi o immagini. La title track combina frammenti di parole pronunciate, rumore di strada, pioggia e linee di clarinetto in stile Tom Waits (campionato? Non c’è credito per il clarinetto!); un’introduzione per un monologo che non inizia mai. Deliziosi versi senza senso accompagnano la prima traccia, “Doff Downie Woot”, più James Joyce che Ogden Nash o Edward Lear.

Le tracce vanno dai due ai sei o sette minuti: frammenti di mosaico, o vignette, come le storie; perlopiù puntano su un’estetica prog-pop: linguaggio armonico interessante ma mai stridentemente dissonante. Il primo disco, “Electron Music”, presenta suoni quasi esclusivamente elettronici, con anche qualche pianoforte acustico. La sua traccia finale, “5@28”, della durata di quasi dieci minuti, si estende oltre il suo benvenuto. Diversamente, la schiera di nuovi e vecchi strumenti dal suono sintetico (theremin e ondes martenot, oltre a pianoforte e chitarra preparati) è distribuita in molti modi: a volte ritmici, altri lirici e altri ancora vagando o rimanendo sul posto, sempre evocativi, distintivi. La storia di accompagnamento è profondamente triste, e poi terrificante.

Gli altri due dischi sono legati da un tema marittimo, anche se non dalle loro finzioni. Il racconto di “Shore Leave” cattura invidia e rimpianto; “Nautilus” è una storia di fantasmi raccontata in prima persona, distaccata. Le singole tracce di “Shore Leave” sono splendide scene musicali, brevi. “Nautilus” è più instabile e angosciato. Titoli come “Ninety Miles to the Spanish Harbour”, “Fog (Devil’s Island Mix)” e “Red Skies at Night” suggeriscono che Ravenstine sia un marinaio, oltre che un musicista e un favolista. Per quelli abbastanza ‘cool’ da essere stati fan dei Pere Ubu, forse il materiale suonerà familiare; al mio orecchio è tutto più ascoltabile e più divertente!!!