WACO BROTHERS- “Resist!”Chi di voi si ricorda di Jon Langford? Non sento troppe risposte giungere alle mie orecchie. Vi dicono niente i Mekons oppure i Three Johns? Se la risposta è negativa vi occorre un ripasso di quello che accadde in Inghilterra tra la fine dei settanta e l’inizio della decade successiva. Al di la del giochino iniziale, Langford si è trasferito a vivere a Chicago da quasi trent’anni ed è diventato un’istituzione del country-punk, un sottogenere tra i più snobbati nell’ambito della tradizione americana. Il nostro ha decisamente riscosso più onori con la sua band primaria, i Mekons, eppure con questo suo side-project, in cui si diverte a vestire uno Stetson per usare la country music per fini decisamente personali, resta una epopea ugualmente importante.
Già immagino le discussioni tra due miei clienti sull’album in questione. Uno con una visione decisamente progressista, per cui un lavoro è valido solo se è innovativo oppure apporta novità su vecchi schemi di scrittura, l’altro molto più conservatore, seguace della classicità in campo musicale. Al di la di queste ludiche considerazioni, Jon Langford ha saputo donarci pagine splendide di quel modo di suonare in cui si miscelavano forme country ed energia punk, sulla via segnata da Jason and The Scorchers, e ci ha consegnato due lavori, “To the Last Dead Cowboy” e “Cowboy in Flames”, che sono capisaldi del genere.
In “Resist!” vi sono momenti che potrebbero essere ricondotti ai Clash, sia per la musica quanto per i testi fortemente politici ed impegnati. I Waco Brothers hanno ancora voglia di suonare e si affidano, dando ampio spazio, alle schitarrate di Dean Schlabowske e a country-songs che sembrano suonate dai Clash o dai Social Distortion, non solo per un’energica versione di “I fought the law” (il modello di riferimento è sicuramente la cover suonata dalla band di Strummer-Jones), ma anche per pezzi quali “See Willy fly by” e l’irresistibile “Plenty tough union made”.
Siamo anni luce lontani dalla mielosità nashvilliana, basta ascoltare momenti come “No heart” e “Bad times are coming’round again” per accorgersene immediatamente. “Revolution blues” ci riconcilia con l’epica chitarristica e “$Bill the cowboy” ha la capacità di trasformarsi in una piccola gemma punk in grado di riportare alla memoria gli amati Mekons dei momenti migliori.
Un disco che fin dalla copertina si dimostra battagliero e al passo con i tempi che stiamo vivendo giornalmente, sicuramente in misura maggiore per quanto riguarda le liriche polemiche e politiche perché musicalmente la band gioca in difesa, rispolverando un cow-punk vecchio e conservatore, che però resta il pulpito migliore da cui declamare questi testi disillusi e feroci.
Alla fine, nella discussione di cui sopra, avrebbe più motivi di soddisfazione il cliente conservatore!!!


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