Al solo sentire il nome Violent Femmes la mia mente incomincia un viaggio a ritroso nel tempo per ritrovarsi proiettata nel 1983, anno di uscita dell’esordio omonimo, periodo nel quale ogni uscita di gruppi nuovi era per me una scoperta continua in cui stupore e piacere andavano a braccetto. I loro primi due album fanno parte dei miei ascolti fondamentali, diversi tra loro, ma ugualmente stimolanti. In seguito abbiamo assistito all’uscita di altri dischi, mai al livello dei due appena citati, ma una cosa mi sento di affermare, che non furono mai privi di onestà, i cambiamenti furono da loro sempre voluti e mai imposti da altri.
Con sorpresa e gioia apprendo dell’uscita di un nuovo lavoro del gruppo di Milwaukee in formazione quasi originale. Sono della partita i due personaggi più importanti della band, Gordon Gano (voce e chitarra) e Brian Ritchie (contrabbasso). Al posto di Victor De Lorenzo l’eccellente batterista John Sparrow ed infine Blaise Garza che si aggiunge con sax, piano, harmonium, theremin e percussioni, entrambi facente parte dei Horns of Dilemma che accompagnano i nostri fin da Hallowed Ground”, loro secondo disco. L’opera viene prodotta da Ted Hutt (Gaslight Anthem, Old Crow Medicine Show) e vede la presenza, come ingegnere del suono, di Ryan Mall. Stando a quanto afferma Ritchie si tratta del lavoro più riuscito dai tempi dei primi due.
Partiamo dall’inizio, con la canzone omonima, che dovrebbe essere il pezzo clou data la partecipazione del grande Tom Verlaine alla chitarra, altro mio eroe musicale. Brian lo conobbe nel 1978 quando era un giornalista durante un’ intervista coi Television nel loro ultimo tour. Tom ha subito accettato l’invito, non gli sono state date istruzione su come suonare, sperando che lui si comportasse come loro si aspettavano facesse. Dopo attento ascolto, la sei corde dell’ospite si amalgama perfettamente ad un pezzo che ha una sorta di epicità western, richiama il Dylan del 1966, aggiungendo un tocco di romanticismo che non stona affatto.
L’album contiene tre cover, la prima delle quali è un rifacimento di un loro pezzo del 1994, “I’m nothing”, con ospite lo skateboarder Stefan Janoski alla voce. È sicuramente una operazione commerciale in quanto Stefan ha disegnato una scarpa per la Nike dal nome Violent Femmes per la quale incasseranno delle royalties. Rispetto all’originale la canzone ha un suono più robusto, ma non volgare e anche in questa versione riveduta e corretta rimane un inno per tutti i perdenti di questo mondo.
La seconda cover è “I’m not gonna cry” della band greca Pyx Lax: reminiscenze balcaniche in una resa che riporta allo stile da busker dei nostri.
L’ultima è la famosa “God bless America” che viene letteralmente reinventata su note folk all’inizio per poi sbracare in un andamento free per corde e sax baritono, risultato strabiliante.
Il resto del programma è un ripasso di come li vorremmo sempre ascoltare, tra brevi brani di folk rap, con ritmi saltellanti, oppure ballate alla Velvet Underground, pezzi pop per chi non vuole crescere e per chiudere un gospel acappella (“Sleepin’at the meetin’”) che gradiamo oltre ogni aspettativa.
Che dire, al di la dell’amore che nutro nei loro confronti, un lavoro nel classico stile del gruppo, non lungo, che possono ascoltare tutti e che colpisce dritto al cuore!!!


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