Come ogni gruppo che ha scritto pagine importanti nella storia della musica, i Flaming Lips hanno attraversato tanti diversi periodi sonori. Se dovessimo, però, classificarli in una parola direi che il termine più consono sarebbe psichedelia. Facile, ma perfettamente calzante, in quanto i nostri della ricerca psichica ne hanno fatto una missione. Così come assolutamente unici sono i loro spettacoli, in cui si riempivano i palchi di coriandoli e palloncini giganti, dove si vestivano da animali.
A un anno dalla raccolta “Greatest Hits Vol. 1”, a due da” Oczy Mlody” e al ventiseiesimo anno di attività, Coyne e soci tornano con un nuovo disco e con una nuova provocazione. L’album infatti uscirà solo il 19 luglio ma, in onore del Record Store Day, il nuovo album è stato già ascoltato dai fan più accaniti del gruppo in anteprima. Naturalmente noi siamo tra quelli.
“King’s Mouth” è probabilmente il coronamento della vena sperimentale dei The Flaming Lips per molte ragioni. Innanzitutto, l’album è da considerarsi un tutt’uno con l’installazione artistica di Coyne che, di fatto, viene sonorizzata dalla musica dell’album e che, in qualche modo, siamo sicuri verrà portata sui palchi. Ma non solo, il lavoro è anche un libro “King’s Mouth: Immerse Heap Trip Fantasy Experience” scritto dal leader. Rompere tutti i muri che separano le forme artistiche per dar vita a qualcosa di totalmente nuovo e inaspettato. Chi ha amato il disco precedente avrà modo di godere ancora di quelle sonorità, con un po’ di ulteriore dimensione fiabesca, un uso dell’elettronica che si spalma su suoni gonfi e luminosi alla James Blake, ma anche con una certa visionarietà e il low-fi. Un disco che ci inebria e sembra non volerci dare alcun punto di riferimento fatta eccezione per un appiglio. In quasi tutti i pezzi che compongono la nuova fatica dei The Flaming Lips troviamo la voce narrante di Mick Jones dei Clash che ci parla creando una sorta di ponte all’interno del caos ordinato dai non più giovani ragazzi di Oklahoma City.
L’approccio conferma che siano pochi i gruppi che possano stare dietro a Wayne e soci, riescono sempre a mantenere alta la follia e la grazia originaria. Tra i vari brani vediamo e sentiamo scorrere musiche di sapore folk, momenti pop come “How many times”, la narrazione cinematica di “Mother universe” e quella lisergica ed onirica di “We don’t know we don’t know why”.
Nelle loro mani tutte le combinazioni musicali sembrano possibili, ma solo loro sono in grado di generarle!!!


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