THE DISTRICTS- “You Know I’m Not Going Anywhwere”Se cito Fat Possum è probabile che molti di voi ricordino quell’etichetta che negli anni novanta era il luogo in cui si accasavano molti anziani e misconosciuti bluesman, oppure quella dove firmavano gruppi che a quelle radici si rifacevano. Non è più così da tempo, ormai nel roster ci si può trovare di tutto.
Tra i tanti ci sono i The Districts, quartetto di Lititz, guidato dal cantante e compositore Rob Grote, la cui musica può essere annoverata nell’ambito dell’indie-rock con forti dosi di pop e dai contorni wave. Dopo un lungo tour a supporto della precedente uscita, la band della Pennsylvania si era presa una pausa per riflettere sullo stato attuale del mondo che, come purtroppo capita a tanti, non piace anche a questi ragazzi statunitensi: ora il risultato di ciò è questo nuovo album che suona davvero interessante, per nulla scontato e soprattutto fa uscire i Districts da quella che possiamo definire la loro “comfort zone”. Giunge a distanza di oltre due anni dal precedente questo “You know i’m not going anywhere”, periodo che ha visto i nostri smorzare il tono prevalentemente chitarristico dei lavori precedenti per abbracciare un suono maggiormente colmo di tastiere, samples, mellotron, wurlitzer, rhodes e tape loops.
Il metodo di lavoro del quartetto è quello di lasciare la fase compositiva nelle mani di Grote che agisce da solo e, dopo che i pezzi sono stati composti, entra in azione il resto del gruppo. La scrittura non nasconde un’ambizione mainstream, ma che rimane comunque ancorata ad una solida base melodica capace di mostrarsi sia in pezzi acustici come “Descend” oppure “4th of July”, che in pop song agrodolci quali “Hey Jo” e “The clouds” e anche in brani saturi di suoni come “Changing” o in tracce tirate come “Sidecar”.
Le situazioni più intriganti arrivano da “Me only ghost”, handclapping, synth, chitarra acustica e soprattutto un’inaspettata atmosfera angelica che ci mette i brividi sin dai primi secondi, volando leggera sui suggestivi paesaggi melodici che la band di Lititz sa costruire e da “Dancer”, ancora un brano acustico, ma le numerose inserzioni del sax lo rendono speciale e rilassante oltre che ricco di spunti da seguire.
A 25 anni di età Rob Grote è dunque diventato grande, ha potuto meglio calibrare tutta l’esperienza maturata tra tour e studi di registrazione, oltre a far tesoro di delicate vicende della propria esistenza. È così stato partorito il miglior disco dei nostri a cui hanno contribuito Keith Abrams alla produzione e soprattutto Dave Fridmann al missaggio. Il tocco inconfondibile del miglior produttore di rock psichedelico al mondo (Flaming Lips, Spoon, MGMT e Tame Impala sono tutti passati da lui) è riconoscibile nel nuovo suono, spesso semi-acustico, di Grote e compagni.
Aumenta così la varietà di soluzioni, che appaiono sempre estremamente centrate nell’economia di canzoni molto ben scritte, mai sopra le righe e di certo non banali, e che attestano una maturazione ormai definitivamente conseguita. Il risultato è un’ottima collezione di brani pop che li promuove a pieni voti!!!


Please follow and like us: