TETEMA- “Necroscape”Il nuovo disco del progetto di Mike Patton e del compositore/pianista australiano Anthony Pateras. Rispetto al precedente “Geocidal” del 2014 in “Necroscape” la formazione si è allargata da duo a quartetto con il batterista Will Guthrie e l’uomo nuovo del combo, il violinista Erkki Veltheim. Un ensemble che conferma la grande capacità di mescolare in modo perfetto linguaggi anche molto distanti tra loro per farne un distillato folle e devastante tritando assieme jazz, elettronica, noise-rock e musica contemporanea in modo avventuroso e originale, oserei quasi affermare visionario.

Nel percorso di ricerca dell’inarrestabile Mike Patton i Tētēma sono uno dei momenti più riusciti del nostro e che meglio sintetizza le molteplici direzioni che ha sondato nel tempo: dai Mr. Bungle ai Fantomas, passando per le sperimentazioni avant degli Hemophiliac assieme a Ikue Mori e John Zorn, fino alle collaborazioni jazz estremiste di casa Tzadik. Analizzando i due lavori usciti sembra di cogliere nel nuovo una minore propensione alla world music.

La title track subito ci conduce verso atmosfere dark-ambient creando nella nostra mente visioni spettrali, ma la successiva, “Cutlass eye”, ci investe con sonorità doom e situazioni caleidoscopiche. “Wait till mornin’”, tra tutte, è quella in cui emerge con vigore un tribalismo che richiama riti voodoo.

Siamo al cospetto di un delirio sonoro che il gruppo riesce a gestire in maniera mirabile, dal quale spiccano ancora di più brani come “We’ll Talk Inside A Dream”, che rilegge i Mr. Bungle in chiave post jazz con inflessioni orientali come farebbero i Dälek; “Dead Still”, che fa collimare il prog dei Jethro Tull con l’elettroacustica; l’ironia lugubre di “Funerale Di Un Contadino”, una graffiante bossa nova, composta da Chico Buarque/Ennio Morricone, cantata in italiano, che se da un lato rimanda ai Mondo Cane, dall’altro ricorda l’acutezza di un Vinicio Capossela.

La materia è guidata dai vocalizzi di Patton, capace, in quest’occasione, di tenere a bada le incursioni più enfatiche (a parte “Haunted on the uptake”), sorretta da una tecnica esecutiva ineccepibile e da uno splendido gusto nella composizione, per un lavoro che mette a punto una visione da caos globale dedicato ad un’ umanità sempre più interconnessa, ma che in realtà si trova a che fare con la paura della solitudine e dell’isolamento, che, oggi, sembra ancora più sinistra e cupa.

Il risultato è una raccolta pregevole di avant-rock che si inserisce con autorevolezza nel solco tracciato da band seminali come Naked City e Boredoms!!!


Please follow and like us: