Un nome che solo i più attenti di voi potranno conoscere, quelli che fanno le pulci ai credits dei libretti dei CD oppure alle note di copertina degli LP. Era quello che si era soliti fare quando l’ascolto della musica era un rituale ben definito. Ci si sedeva davanti allo stereo con le copertine in mano e si ascoltava con attenzione, sbirciando le note che rivelavano chi suonasse nel disco in questione, oppure leggendo i testi se gli album erano cantati. Lasciamo da parte queste considerazioni nostalgiche e addentriamoci nel mondo musicale di Ted Poor.
Nell’autunno del 2018, Ted ha firmato con l’etichetta discografica New Deal/Impulse! (Verve/Universal) e ha pubblicato il suo album di debutto” You Already Know”, una collaborazione con il sassofonista Andrew D’Angelo e il produttore Blake Mills. Poor è attualmente assistente professore di studi di jazz presso l’Università di Washington a Seattle. Il suo nome lo associo ad un bell’ album di Cuong Vu di circa tre anni fa dal titolo “Cuong Vu trio meets Pat Metheny”, in cui il nostro lasciò tracce di classe sopraffina alla batteria. È nato a Rochester, stessa città natale di Steve Gadd, ed è diplomato alla prestigiosa Eastman School of Music.
Stilisticamente è un batterista in grado di destreggiarsi tra modelli diversi quali Levon Helm, Elvin Jones, Philly Joe Jones, Billy Higgins ed è considerato dalla critica americana uno dei più emozionanti e degni di nota musicisti sulla scena jazzistica contemporanea. Oltre ad essere parte da un ventennio della formazione del trombettista vietnamita, il nostro vanta importanti collaborazioni con altri importanti personaggi che rispondono al nome di Bill Frisell, Myra Melford e Ben Monder, ma anche con musicisti che si discostano dall’ambito jazzistico come Paul Simon, Fiona Apple, Dan Auerbach dei Black Keys, My Brightest Diamond. Non contento di questa superattività, è anche nella house band del programma radiofonico “Live from here” assieme al mandolinista Chris Thile e membro stabile del gruppo del cantautore Andrew Bird.
Come detto si tratta di un lavoro a due, percussioni e sax, come fu per “Interstellar space” di Coltrane e Rashied Alì, fatte le debite proporzioni storiche. Quello fu un disco monumentale in riferimento alle ance e alle percussioni. Non solo, anche alla capacità di dialogare in modo continuo e convulso, ma estremamente stimolante.
La raccolta si compone di nove tracce in cui il batterista cerca di riproporre quel modo di suonare. Prendete “Emilia” in cui il contralto di D’Angelo si insinua tra il fitto tessuto ritmico. Sono pure presenti trame pianistiche ad opera del leader che sono suonate in sovraincisione, come accade nel resto del disco. La situazione muta con “Only you”, brano swing in mid-tempo che ci riporta a New Orleans e che assorbe un afrobeat che rimanda a Tony Allen in cui il sassofonista mescola antiche melodie africane ed echi di “call & response”. “Kasia” è un richiamo allo spazio cosmico del sax che viene ulteriormente abbellito e reso suggestivo dal lavoro ritmico di Poor. “To Rome“ ha modo di farci apprezzare un groove minimale dei tom con contorno incantato ed elegiaco della chitarra di Mills (produttore), del violino di Bird e del contrabbasso di Kowert.
Un album che rimette la batteria al centro dello sviluppo del jazz contemporaneo e che, grazie alla masterizzazione di Eric Boulanger e al missaggio di David Boucher, apre a nuove prospettive i progetti di jazz di ricerca.


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