SUN ARAW- “Rock Sutra”Questo è un personaggio veramente ‘out’, un sopravvissuto alla sbornia psichedelica di fine anni ’00, che ebbe un momento di gloria sotterranea grazie all’etichetta Not Not Fun. Dopo il bad trip di “Belomancie”, non del tutto riuscito, una svarionata New Age in compagnia di Laraaji (“Professional Sunflow”, anno di grazia 2016) e un tuffo nell’honky tonk con “The Saddle Of The Increate” del 2017, Cameron Stallones dichiara che questo nuovo disco è il suo “nuovo album di space rock”. Se si considera tutta la sua carriera il termine ‘space’ è da prendere con il beneficio del dubbio.

Cominciamo con il dire che il disco è composto da quattro brani per una durata di una quarantina di minuti, quindi più corto dei precedenti. Registrato in live-to-MIDI assieme a Jon Leland e Marc Riordan, l’opera vede una migliore messa a fuoco del materiale ritmico, mai cosi vicino al funk, quello più ruvido e spigoloso. Certo non aspettatevi qualcosa che possa avvicinare alle piste da ballo, perché Cameron lo deturpa cancellandone ogni possibile traccia di sensualità.

Così, fin dal primo di questo quartetto di brani, “Roomboe”, l’artista californiano si premura di mostrarci, a modo suo, come fare spazio. Il risultato sono nove minuti e mezzo di loop, circolarità psych oliate di dub tagliato a pezzi grossi, percussioni in direttissima da un tribalismo snob e la solita, personale, profusione di manipolazione su suoni, voci, effetti. Si annida tanta Giamaica in questa composizione, Stallones usa il vocoder a profusione tanto da ricordare un declamatore sui modelli del ‘toasting’ che scivola in una densa gelatina di ritmi monchi e cacofonie da elettronica di antichi sapori.

Ma c’è una seconda componente di questa concezione di spazio, quella che è rappresentata da quel “sutra” del titolo e rimanda invece all’aspetto più kosmische che la musica di Sun Araw ha sempre incorporato. Il collegamento, soprattutto con “78 Sutra”, il secondo brano in scaletta, con quell’ambito già ampiamente esplorato dal krautrock (un nome su tutti: Popol Vuh) è fin troppo facile. Sembra quasi presente un groove, che profuma di Africa cosmica.

Dopo una “Catalina Breeze” che è un mezzo inciampo, espressione di un disco-funk ridotta a semplice battito, ecco arrivare la conclusiva “Arrambe”, la cosa più vicina a un’idea di canzone che Sun Araw abbia concepito nell’ultimo periodo. Sostenuta tanto da una chitarra chiara di diretta ispirazione world via Paul Simon e Peter Gabriel, quanto da un serie di iterazioni sonore e percussive che architettano fluidamente lo spazio sonoro, è l’unico brano con uno sviluppo evidente, quando al climax segue una coda quasi kraut/alicecoltraniana.

Non sempre si può ascoltare siffatta musica, ma se siete orientati ad un approccio ‘sballato’, ma che deve comunque essere seguito con molta attenzione, non c’è nulla di meglio di un lavoro di Sun Araw per soddisfare le vostre voglie di psichedelia psicotropa!!!


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