SUMAC: “May Be Your Held” cover albumI Sumac sono uno dei progetti psicologicamente più devastanti di Aaron Turner, il quale, nonostante le esplorazioni sonore sfogate in diversi band di rilievo (Old Man Gloom, House Of Low Culture, Mamiffer e Isis) esprime la sua visione più dilaniante proprio con il trio avant metal condiviso con Brian Cook (Russian Circles, Botch) e Nick Yacyshyn (Baptists).

Soprattutto dopo l’illuminante incontro con Keiji Haino, che ha fruttato l’ottimo “American Dollar Bill”, la band ha intrapreso una forte progressione verso territori avant, esplosa nell’epifania di “Love in Shadows”, album che ha lasciato il segno con un lungimirante mix di sonorità pesanti e improvvisazione viscerale.

“May You Be Held” rappresenta perfettamente il particolare momento storico che il pianeta sta affrontando. Da ogni traccia che compone l’album, infatti, emerge un sentimento di smarrimento e di turbamento, a cui si affiancano una forte rabbia e critica sociale. Musicalmente parlando il gruppo produce un costante drone, che lascia intravedere numerose filiazioni con la cultura industriale, retaggio comune agli elementi del gruppo, sempre più smarcato anche dai contesti prettamente post-metal.

Questo risulta evidente specialmente nella prima e nell’ultimo traccia, ovvero “A Prayer For Your Path” e “Laughter And Silence”. In particolare, se l’ultima cerca di dare metaforicamente un suono al silenzio, la prima, invece, presenta un impeto rabbioso che si traduce in sonorità grevi e ruggenti. La seconda traccia, omonima dell’album, e la penultima (“Consumed”) sono invece quelle più sperimentali e presentano perciò un minutaggio importante. Infatti, la prima dura ben diciannove minuti e la seconda sedici. Quest’ultima è la traccia più riuscita dell’album poiché riesce a raggiungere e a offrire all’ascoltatore un momento di catarsi, attesa e ricercata per tutta la durata del lavoro. Gli ultimi minuti, infatti, si caratterizzano per una climax ascendente di caos e rabbia che musicalmente si traduce in riff di chitarra dissonanti e in una batteria martellante ed incalzante. “The Iron Chair”, la terza traccia delle cinque, infine, amalgama le spinte sperimentali con il drone e il growl di Turner.

Un disco che lascia leggermente perplessi, non esiste un vero e proprio filo conduttore delle varie sonorità presenti, anche se la vena principale è quella industrial grazie all’utilizzo del drone e dell’elettronica. Pregio dell’album è, invece, quello di aver tramutato le emozioni in musica. Ascoltando questa raccolta sembra infatti che ogni suono rappresenti un sentimento differente!!!


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