Eccone un altro bollato ad inizio carriera come “nuovo Bob Dylan”, appellativo che non ha mai portato molta fortuna a coloro che se lo sono visti affibbiare. A maggior ragione se viene dato fuori tempo massimo cioè nella seconda metà degli anni settanta con il punk imperante e la new-wave pronta ad esplodere.
Steve era un giovane che proveniva dal Mississippi e si era trasferito a New York con la propria chitarra ed armonica indossando uno sdrucito giubbotto di jeans. Erano l’equipaggiamento base del folksinger, ma devi essere molto bravo se vuoi che qualcuno ancora ti ascolti. Lui lo era, la sua armonica emetteva suoni unici e personali così come la sua voce sembrava un qualcosa di mai sentito. Si propose come musicista da strada alla vecchia maniera, forse in ritardo di qualche anno. Senza paura e con la faccia tosta del ragazzo esploratore che arriva dalla campagna entrò in contatto con la scena al CBGB, si fece conoscere tra i locali del Greenwich Village ed esplorò curioso la gente tra le fermate della metropolitana.
Le canzoni erano ricche di quel controcanto chitarra-armonica e di testi poetici. Se ne accorse immediatamente la Nemperor Records (sotto etichetta della Epic) che lo mise sotto contratto anche se i paletti li piantò il determinato Forbert: “nel disco suono la mia musica” e così fu.
Era il 1978 quando venne dato alle stampe “Alive on Arrival”, basicalmente un disco da folksinger anche se qua e là appariva una backing band. Fu prodotto da John Simon, quello della Band, e rimane, tuttora, tra i più belli in assoluto prodotti da cantautori americani negli anni ’70.
Sono quei dischi che ti entrano nell’anima e sottopelle e dai quali difficilmente riuscirai mai a liberartene. Su tutti i brani risultava “It isn’t gonna be that way”. Dispensava emozioni e promesse ed era capace di farti battere forte il cuore tanto bella risultava la melodia. A mio avviso sarebbe potuta stare su “Blonde on Blonde” di sua maestà Dylan senza sfigurare affatto con la sua atmosfera sognante.
Oppure ascoltate “Goin’down to Laurel”, brano di apertura, in cui Forbert si descriveva felice di essere giovane e sfrontato, un sigillo di spavalda determinazione.
La nostalgia di casa che permea la notturna e bellissima “Tonight I Feel So Far Away From Home” passando per il rockabilly ironico di “What Kinda Guy?”, gli umori di “Thinkin’”, l’esperienza da busker raccontata in “Grand Central Station, March 18, 1977”, e il talking dylaniano di “Steve Forbert’s Midsummer Night’s Toast” fino al rutilante blues in chiusura “You Cannot Win If You Do Not Play”. Una volta terminato di ascoltarlo non ti rimane altro che ricominciare da capo, perché è un disco da ascoltare e riascoltare più e più volte. La critica lo promosse a pieni voti, per quanto riguarda il pubblico forse mancava una hit in grado di trascinarlo, ma “Alive on arrival” era pronto per il successo, lo dimostrava il suo contenuto.
Successo che arrivo con il disco successivo “Jackrabbit Slim” del 1979 che conteneva la stupenda “Romeo’s tune”, canzone che era una dichiarazione di amore tardiva nei confronti di Florence Ballard delle Supremes deceduta a Detroit tre anni prima. Si muoveva in un ambito gospel folk con il pianoforte in grado di ricamare un’aria indimenticabile.
Purtroppo dopo i primi due album il nostro perse la fiducia dell’etichetta discografica e, nonostante la pubblicazione di materiale più che buono, proseguì la propria carriera senza mai più raggiungere le luci della ribalta, ma senza mai deludere quanti gli rimasero sempre fedeli.
Fatelo vostro, non vi pentirete mai dell’acquisto e vi terrà compagnia dolce e malinconica per tutta la vostra vita!!!

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