SONS OF KEMET: “Black To The Future” cover album“Black to the Future” è il quarto album in studio dei Sons of Kemet disponibile dal 15 maggio via Impulse! Records. Il disco arriva a tre anni di distanza dal precedente “Your Queen Is A Reptile” ed è nato come risposta all’uccisione di George Floyd nel 2020. Molti sono gli ospiti: Angel Bat Dawid, Moor Mother, D Double E e tanti altri.

Si tratta di un poema sonoro per invocare il potere, il ricordo e la guarigione. Rappresenta un movimento per ridefinire e riaffermare cosa significa lottare per il potere nero’ così si pronuncia Shabaka Hutchings.

I Sons of Kemet sono guidati dal sassofonista tenore, clarinettista e compositore Shabaka Hutchings che, sebbene sia troppo modesto per affermarlo personalmente, è de facto il portabandiera della nuova ondata di musicisti emersi sulla scena jazz londinese dal 2015 circa. La band è una dei tre protagonisti o co-protagonisti di Hutchings firmati per Impulse!. Gli altri due sono il trio di fusione cosmica The Comet Is Coming e Shabaka & the Ancestors, che hanno sede in Sud Africa. Hutchings ha fondato i Sons Of Kemet nel 2011 con il tubista Theon Cross ei batteristi Eddie Hick e Tom Skinner. In questa occasione hanno registrato con la formazione dei fondatori (i batteristi si sono avvicendati un po’ nel corso degli anni).

Tra gli attributi principali dei Sons Of Kemet, ma anche di Shabaka & The Ancestors e The Comet Is Coming, riconosciamo che, per quanto sofisticata sia la musica a un livello uditivo, risuona anche con le esperienze vissute con il proprio pubblico. È il punto d’incontro del conservatorio e dello sciamano. C’è un vantaggio in questo, un senso di drammaticità, di pericolo e anche di guarigione, che sono tutti assenti da così tanto jazz nel 2021 e che sono sempre più scomparsi dai tempi del bop di prima generazione, dell’hard bop e dello spiritual jazz, lasciando un vuoto in cui si sono mossi l’hip hop e altre musiche.

La parola parlata è ampiamente presente e se ci sono dubbi sul messaggio dell’album, vengono rimossi dai poeti, MC e rapper che sono artisti ospiti. Questi includono Angel Bat Dawid di Chicago, Moor Mother di Philadelphia e MC D Double E di Londra, Kojey Radical e Joshua Idehen. Tra gli ospiti strumentali tre delle star più giovani emergenti sulla scena londinese: la sassofonista contralto Cassie Kinoshi, il trombettista Ife Ogunjobi e il trombonista Nathaniel Cross. Un altro volto particolarmente gradito è il pioniere del sassofono tenore Steve Williamson, che prima della pandemia stava facendo un timido ritorno sul palcoscenico dopo un decennio e più fuori dagli occhi del pubblico combattendo la depressione.

A dieci anni e più dalla laurea in persona alla Guildhall, Hutchinson è spesso descritto come un ‘salvatore del jazz’. Cosa ne pensa lui? ‘Penso che sia una buona tecnica di marketing vendere alcuni documenti o ottenere alcuni clic’, afferma. ‘Ma sto solo facendo le mie cose. In realtà non credo che il jazz sia mai stato in una posizione compromettente, non ha mai avuto davvero bisogno di salvatori’.

I ritmi agitati di ispirazione africana e caraibica si incrociano con un desiderio radicato nel jazz di indagare; una sfumatura di voglia di viaggiare psichedelica spinge la musica in luoghi imprevisti; l’hip-hop informa le voci degli ospiti che apportano un’ulteriore misura di intensità a tutto ciò. Il disco espande i concetti sonori che sono emersi per la prima volta nello straordinario “Your Queen Is a Reptile” del 2018. C’è più urgenza in queste 11 tracce, un senso teso di qualcosa di imminente ma indefinito – e questo è stato registrato prima di alcuni degli eventi sconvolgenti del 2020. “Hustle” include musica e arrangiamenti di Hutchings, con testi di Kojey Radical e Lianne La Havas, che fornisce anche la voce. ‘Nato dal fango con il trambusto dentro di me’, ripetono quello innumerevoli volte su un ritmo martellante che ricorda il lato più focoso e sperimentale dei primi dancehall e dub. I pezzi strumentali febbrili sono altrettanto accattivanti: l’interazione elastica tra Hutchings e Cross su brani come “In Remembrance of those Fallen” e “Throughout the Madness, Stay Strong” è alimentata e fortificata dalle percussioni inesorabilmente ardenti, producendo magmatiche jams, il cui fattore di sudore è accompagnato dall’ingegnosità dei partecipanti e da un’inconfutabile patina di conseguenza incorporata nei brani.

L’agitazione viene mitigata attraverso le sonorità di natura caraibica a cui Shabaka rimane legato, anche per un fattore genetico, che riesce a rendere equilibrata un’opera ricca di incanto e magnetismo!!!