SON LUX: “Tomorrows II”Il trio statunitense – composto da Ryan Lott, Rafiq Bhatia e Ian Chang – affronta spesso tematiche quali la disperazione e il dolore e sebbene il post-rock proposto, venato di peculiari svolazzi elettronici, sia foriero di cattivi presagi, possiede al suo interno un seducente fascino sinistro. Al termine di un anno che definire funesto è un eufemismo, i Son Lux hanno dato alle stampe “Tomorrows II”, secondo capitolo di un’annunciata trilogia avviata lo scorso agosto con la presentazione della prima parte. I brani inseriti in questo progetto si piegano alterandosi in forme imprevedibili, progressioni di accordi inclinati e vocalità dolorose, stratificate in paesaggi sonori che dipingono intense scene di angoscia, pathos e liberazione.

Quattro mesi dopo, e che ricorda vagamente il secondo movimento di una sinfonia classica, “Tomorrows II” si rivela un volume relativamente più sommesso e introspettivo. Come “Tomorrows I”, è stato registrato con membri del gruppo e collaboratori separati in luoghi così remoti come New York, Los Angeles, Indianapolis e Budapest.

Ancora ribollente di ansia e trepidazione, l’album di dieci tracce inizia con “Warning”, una delicata canzone per pianoforte con centri tonali mutevoli dietro al fremito vocale inquietante e al messaggio di incertezza di Ryan Lott (‘Non posso prometterti che sarò vicino a te / Fino alla fine’).

Mentre l’album raccoglie lentamente componenti e complessità ritmica man mano che progredisce, rimane cauto nel tono e, per Son Lux, trattenuto. Le prime tracce come “Molecules” e “Prophecy” aggiungono inquietanti percussioni ed effetti vocali glitch, quindi batteria completa e armonie jazz al mix, mentre l’epica quarta voce “Leaves” sembra fermarsi per una tempesta fratturata di percussioni rumorose e pulsate di fascia bassa. Alla fine trasmette un arrangiamento di riserva di mormorii di ottoni, grancassa ed espiri.

Tipico della band, crea un universo evocativo costruito da sorgenti acustiche variamente manipolate per ottenere effetti ultraterreni – ancora una volta in modi sottilmente sconosciuti. Nella seconda metà, il funky “Bodies” aggiunge voci corali colorate, pianoforte preparato e la batteria fuori posto di Ian Chang a una linea di basso centrale prima che il lavoro si chiuda su altre tre tracce inquietanti. Includono una strumentale ambient (“Weight of Your Air”) e una canzone densamente arrangiata e stomping in linea con le versioni più dance-oriented del gruppo. La breve traccia finale, “Borrowed Eyes”, impiega pianoforte, archi travolgenti e dissonanti e un inquietante rumore prodotto dallo strumento prima di uscire con un ronzio meccanico scintillante e crescente che sembra segnalare ‘da continuare’.

Un disco perfetto per il tempo in cui stiamo vivendo, sembra quasi di vedere una foto di quello che ci si sta parando dinanzi ascoltando questo LP. Opera impegnativa che sa premiare l’ascoltatore più attento, perché qui si esplorano confini sonori mai toccati in precedenza!!!