SOCCER MOMMY- “Color Theory”Mi risulta sempre più difficile trovare qualcosa da recensire non avendo la possibilità di essere in negozio e con la maggior parte delle uscite rinviate a data da destinarsi. Casualmente, mi capita fra le mani il nuovo album di Soccer Mommy, nome d’arte dietro cui si cela Sophie Allison. Ricordo che il precedente disco, “Clean”, mi aveva intrigato con la sua capacità di rimescolare i suoni e l’estetica dell’indie-rock statunitense degli anni ’90. Quel disco aveva messo in mostra il tipico orgoglio introspettivo giovanile attraverso una narrazione dei primi amori adolescenziali e delle nottate trascorse coi compagni di scuola.
Con il nuovo “Color theory” la materia si fa più adulta e sofferta, per esprimere sentimenti come la nostalgia, la perdita, l’inadeguatezza, la depressione e il dolore. Insomma, “Color theory” è tutto fuorché un album da cui attingere se si cerca luce e speranza, tutt’al più è un palliativo per lenire la sofferenza, una schiena su cui appoggiare la propria per condividere i ricordi più dolorosi senza doversi per forza guardare negli occhi. Sono anche gli episodi migliori quelli che trattano simili argomenti. La malinconia che pervade “Circle the drain” e la lunga ballata “Yellow is the color of her eyes” che si stempera negli ultimi due minuti sotto una coltre di synth e riverberi chitarristici. Anche gli arrangiamenti sono adeguati al cambio di passo dell’autrice, ora più matura ed in grado di conferire i giusti suoni ad argomenti ed emozioni così diversi e complessi. Registrato nella città natale di Allison, Nashville, all’Alex The Great, il disco è stato prodotto ancora una volta da Gabe Wax, mentre al missaggio troviamo Lars Stalfors (Mars Volta, HEALTH, St. Vincent).
Quando la nostra ritorna a suoni scarni, come in passato, risulta un po’ datata (“Royal screw up”), così come quando la produzione copre la voce (“Lucy”) vengono nascoste le qualità. Il lavoro è senz’altro impreziosito da chitarre dal sapore nostalgico che dipingono paesaggi sonori accattivanti a cui si aggiunge una vocalità sempre carica dal lato emotivo. Quando la scrittura è solida non siamo distanti dai miglior momenti di una Tori Amos oppure di Alanis Morrisette. Prendete ad esempio “Gray light” il cui ritornello rimane ancorato in testa e nelle orecchie anche nel momento in cui il pezzo ti trascina giù in fondo ad un abisso di malessere.
Stati d’animo che sono la parte fondante del concept di “Color Theory”, ruotante attorno ai colori giallo (che rappresenta la malattia, fisica e mentale), blu (la depressione) e il grigio (la perdita, il vuoto). Il risultato è un lavoro in cui gli unici raggi di luce sono da ricercarsi nella dolce leggerezza di melodie che tentano di nascondere quello che – a livello di testi – sta a metà strada tra una disillusa confessione e una vera e propria richiesta di aiuto.
Sophie ha ancora bisogno di crescere e di tempo per farlo, ha solamente ventidue anni. Siamo di fronte ad un lavoro estremamente sincero, ma che nel comparto scrittura/suoni è ancora un po’ carente.


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