Mai fermo sulle stesse coordinate, un’attrazione per John Fahey e Robbie Basho, in particolare per la loro capacità di far incontrare la chitarra acustica dell’Occidente con le accordature aperte e le tonalità dell’Oriente: sono questi gli elementi cardine del progetto Six Organs Of Admittance che, in realtà, nasconde il chitarrista californiano Ben Chasny. Da lì si è spostato, sono emerse fascinazioni elettriche più vicine ad un formato prettamente rock, ma la matrice che caratterizza l’one-man-band è un errare tra gli stili, le geografie (fisiche o dell’anima, poco importa), le forme, riuscendo (quasi sempre) a riportare tutto a casa con un marchio piuttosto personale.
Anche se lontano dal fragore del mainstream, sono già venti anni che Ben Chasny pubblica dischi a nome Six Organs Of Admittance. Senza sbagliare un colpo. La maggior parte dei gruppi neanche arrivano a festeggiare il decimo anno di attività, per cui possiamo affermare che il buon Ben è un’artista che dedica molto tempo alla sua arte e meno tempo ad apparire, che poi con la musica che esegue non se lo filerebbe nessuno.
Chasny ritorna con un nuovo album dei Six Organs Of Admittance, “Companion Rises”. È la prima volta da “Burning The Threshold” del 2017 in quello che è un catalogo ricco di titoli. Il lavoro si sviluppa sul groove che ha creato su tracce come “Taken By Ascent” da “Burning The Threshold”. Inoltre vede il nostro tornare alle tecniche analogiche di registrazione lo-fi dei suoi lavori precedenti.
Se dovessi fare un piccolo elenco di dischi attesi per quest’anno quello di Ben sarebbe sicuramente nella lista. In quest’occasione il chitarrista è ritornato a fare tutto da solo, dove altre uscite recenti hanno coinvolto una varietà di musicisti nella misura in cui a un certo punto i Six Organs erano in tournée come band completa. Un’atmosfera più puramente solista, anche con arrangiamenti a strati, richiama gli album precedenti e, beh, mi piacciono quegli album, per cui mi sono sentito come se fossi a casa in un luogo sicuro durante l’ascolto.
Il suono è saturo e sporco, come è sempre stato durante tutta la sua carriera e così appare fin dall’iniziale title track. Lo rimane anche nel brano successivo “Two forms morning” nonostante la presenza di una acustica che disegna un arpeggio folk, ma sotto si avverte una elettricità che colma l’atmosfera di eruzioni ricche di fascino.
Dal punto di vista sonoro le canzoni sono piene di idee, armoniosamente ricche, meravigliosamente organizzate; utilizzando il sintetizzatore e la distorsione della chitarra per effetti di colorazione unici mentre si creano versioni contrastanti della canzone al suo interno, sovrapponendo trattamenti elettrici e acustici che si incastrano come due frammenti per dare vita a una cosa unica. L’eccitazione è palpabile, traccia dopo traccia. Continua imperterrita la fascinazione di Chasny per i Popol Vuh come si evince da “Haunted and Known”, dove un synth avvolge le chitarre che originano una coda incantata la cui durata potrebbe anche non terminare mai. “Mark yourself” è tipica dei Six Organs con strati di registrazioni intrecciate che originano una psichedelia malinconica che fa volare la mente.
Con questo titolo Ben Chasny ha creato lo sci-folk, anche per le tematiche di cui è impregnato, dalla panspermia a costellazioni specifiche.
Ecco il motivo per cui l’album era uno dei più attesi dal sottoscritto!!!


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