Quarto album per il trio sloveno, che finalmente, dopo i tesori di “I Can Be A Clay Snapper”, il magnifico secondo disco del 2017 (seguito dell’esordio “I” del 2016) e del lavoro autoprodotto in coabitazione con Yoshio Machida di quest’anno sfuggito ai più, inizia ad essere sulla bocca di tanti.
Ancora una volta una musica delicatissima, arcana ed imprendibile, un folk di 5000 anni fa (an afternoon, 5000 thousand years ago, diceva John Cage) obliquo e lirico che rapisce, allaga il respiro ed allarga il cuore.
La paletta timbrica è come di consueto ricca di suoni (corde e percussioni di ogni sorta, voci senza parole, strumenti autocostruiti) che serbano proprio un che di ancestrale e al tempo stesso avant. L’architettura dei cinque pezzi è quella di sinfonie in miniatura che svelano dettagli e segreti ogni volta che li si ascolta, in un equilibrio calibratissimo tra cantabilità e ricerca che ha davvero del miracoloso.
I Sirom sono un trio composto da da Ana Kravanja, Samo Kutin e Iztok Koren. La musica che fuoriesce da questa formazione è estremamente seducente. La potremmo definire folk, ma non lo è, una miscellanea di strumenti vari e di provenienza da tutte le parti del mondo suonati dai tre, che sono tutti polistrumentisti: violini, viola, rebab, balafon, bendir, ghironde, melodiche, banji, tamburitse (forse l’unico richiamo alla “tradizione” slava), pezzi di gamelan oltre a vari oggetti. Se vogliamo definire quello che stiamo ascoltando per collocarlo in qualche modo direi minimalismo colto e le forme lunghe di molte musiche “classiche” del mondo, con un’attenzione particolare alla costruzione lenta e progressiva del groove.
Sono presenti anche le voci, ma intese come puro suono. Non c’è bisogno di citare un singolo pezzo piuttosto che un altro, oppure fare riferimenti a musicisti del passato come termine di paragone.
Si è di fronte ad invenzioni ritmiche continue per un disco che brilla della propria arte e che dona grazia all’ascoltatore!!!


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