Solo qualche tempo fa, in una vecchia intervista pubblicata dal sito WonderRoot nel 2017, alla domanda “suoni qualche strumento?” il giovane artista rispondeva, “Sì. La mia voce. Salto da una cosa all’altra in studio, ma la mia voce è il mio strumento principale.” Da Atlanta, Georgia, il 22enne Sequoyah Murray sta rivedendo in presa diretta le dinamiche del più moderno e contaminato r&b, iniettando elementi di glitch-pop, synth-wave e psichedelia tropicale.
Atlanta negli ultimi venti anni è diventata popolare per la scena trap, che è poi stata esportata in tutto il mondo, ma lui, fortunatamente, proviene da tutt’altro universo musicale: è cresciuto nella florida scena jazz improvvisata ed è lì che sostiene di avere imparato tutto e si dispiace che gli artisti che ne fanno parte non se li fili nessuno perché pare che suonino ciò che non si sente da alcuna altra parte.
In realtà, a me pare, che pure Sequoyah abbia un approccio diverso rispetto al genere a cui è stato accostato, grosso modo l’avant-soul di cui James Blake può essere considerato l’elemento più conosciuto. Innanzitutto, l’estensione vocale, un baritono da tre ottave, poi la capacità di suonare tutto da solo passando da una conoscenza dell’hip-hop all’impro-jazz, non fa largo uso di elettronica e come punti di riferimento sembra quasi un ibrido tra Arthur Russell e Antony.
Troviamo arie d’opera oscure nella breve e sublime “Here we go”, “Penalties of love”, il primo singolo, è un mid-tempo ballabile che sfodera una prova vocale di grande emozione.
“Sublime” è un brano synth-pop che riporta i nostri sensi agli aromi anni ottanta, con il synth che si muove in modo impeccabile, e la voce del nostro che ha un andamento sinusoidale. Il maestro Arthur Russell fa sentire la propria influenza in due pezzi quali “Blue jays” e “Let’s take the time”.
L’unica pecca è la durata del disco, veramente breve, altrimenti mi azzarderei a definirlo un capolavoro, ma i margini per un’ulteriore crescita ci sono già tutti!!!


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