SAULT: “Untitled (Rise)” cover album“UNTITLED (Rise)” è il quarto album del collettivo britannico Sault, disponibile dal 18 settembre (via Forever Living Originals). Il disco, composto da 15 tracce, segue a tre mesi esatti di distanza il suo prequel, ovvero “UNTITLED (Black Is)”, e, come il suo predecessore, prosegue sulla scia di un richiamo diretto ed eterogeneo alle radici della black music e della sua costante evoluzione attraverso i decenni senza una reale soluzione di continuità, se non narrativa e in riferimento ai fatti di cronaca che hanno imperversato negli Stati Uniti e nel mondo occidentale, dall’esplosione del movimento Black Lives Matter e oltre.

Negli ultimi due anni, la musica di Sault è arrivata all’improvviso: nessuna intervista, nessuna foto, nessun video, nessuna apparizione dal vivo, nessuna voce di Wikipedia, una presenza sui social media superficiale e del tutto non interattiva. Le copie fisiche dei loro tre album precedenti hanno accreditato Inflo come produttore. Sault sembra utilizzare il tempo risparmiato non promuovendo i propri album o impegnandosi con il pubblico in modo redditizio. “Untitled (Rise)” non è solo il loro quarto album in 18 mesi, è il loro secondo disco doppio in poco più di 12 settimane.

“Untitled (Black Is)” era un lavoro veramente buono e il suo successore corrisponde a quegli standard elevati. È più ovviamente incentrato sulla pista da ballo – le sue influenze si spostano dalla house alla discoteca, dal funk post-punk intriso di sudore di “The Beginning & the End” al boogie degli anni ’80 di “Son Shine”, senza mai suonare come un omaggio consapevolmente retrò – e l’umore generale è passato dal dolore e dal lenitivo al potenziamento e alla resistenza. Ci sono brani con nomi come “Street Fighter” e “Rise Intently” (quest’ultimo un intermezzo basato su un canto di esercitazione dell’esercito); testi che esortano ‘siamo sopravvissuti, siamo i titani’ e ‘non fermarti mai per niente’. Anche il suono apprensivo di “Scary Times”, dove il piano elettrico e l’orchestrazione succulenta sono interrotti da un ritmo stranamente inquietante che sembra essere costruito dal suono intriso di eco di un plettro che colpisce le corde di un basso, finisce con una chiamata di sfida: ‘Non lasciare che ti facciano perdere te stesso’. Ti accorgi subito di essere in presenza di qualcosa di speciale. Le prime tre canzoni funzionano come tracce dance brillantemente costruite e continuano a confondere le emozioni dell’ascoltatore. Ritmi dalle caratteristiche forti punteggiati da esplosioni di echi dub, un intricato intreccio di chitarra alla Nile Rodgers e un terrificante breakdown ispirato alle percussioni brasiliane della batucada. “Fearless” è estremamente funky, ma le raffiche di archi da discoteca non comunicano tanto l’eccitazione quanto l’ansia, le parole che passano dalla sfida a qualcosa di più travagliato. “I Just Want to Dance”, nel frattempo, è davvero un inno alla trascendenza da pista da ballo, ma non ti permette mai di dimenticare ciò da cui il protagonista sta tentando di sfuggire: il suono è claustrofobico e rumoroso, le parole chiedono ‘perché la mia gente muore sempre?’. C’è un momento fantastico e stridente in cui l’intera faccenda si ferma – come se qualcuno premesse il pulsante di arresto su un giradischi – prima di tornare in vita, il ritmo temporaneamente, disorientante fuori dal tempo.

“Untitled (Rise)” difficilmente cede punti salienti perché la qualità non vacilla mai: chiunque sia coinvolto, sembra che siano stato galvanizzato al massimo dalla loro performance. Riesce ad essere liricamente inflessibile quanto la musica è avvincente, non l’equilibrio più facile da raggiungere, come attestano, storicamente e musicalmente, tante terribili canzoni di protesta. Lo chiameresti l’album dell’anno se il suo predecessore non fosse altrettanto buono!!!