RUSSELL POTTER – ‘A Stone’s Throw’ cover albumL’ultima di una serie di ristampe generate da “Imaginational Anthem Volume 8: The Private Press”, dopo Tom Armstrong – “The Sky Is an Empty Eye” e Rick Deitrick – “Gentle Wilderness/River Sun River Moon”.

Le due ultime ristampe derivate dall’acclamato “Imaginational Anthem Volume 8: The Private Press” presentano le composizioni per chitarra solista di Russell Potter, registrate negli ultimi giorni dell’esplosione dell’American Primitive Guitar.

Un allora ossessionato adolescente devoto di John Fahey, Robbie Basho e Leo Kottke, in un momento in cui il Punk e la New Wave erano in ascesa, Potter ha sfruttato un ethos fai-da-te simile per i suoi fini avviando la sua etichetta e autopubblicando il suo primo disco, “A Stone’s Throw”, mentre come matricola si iscrisse al Goddard College nel Vermont nel 1979. Si riuniva alla leggendaria Boddie Records nella città natale di Potter, Cleveland, Ohio, e cospargeva abbondantemente di riferimenti ai suoi eroi, dal nome iniziale dell’etichetta discografica di Fonytone (che ricorda più che un po’ la prima etichetta discografica di Fahey, Fonotone), ai titoli arcani delle canzoni e ai riferimenti a ‘rags’ oscure.

Anche se guarda alle sue fonti di ispirazione, il debutto di Russell mostra agilmente una completa padronanza della sua forma ed è tanto più notevole per uno così giovane, poiché solo la faccia tosta della giovinezza può spiegare mosse come innestare con successo una delle tue composizioni a una di John Fahey, come fa qui. C’è una qualità molto immediata, adorabile e reale nelle composizioni a dodici corde di Potter che lo collocano nel regno di quei dischi classici che sembrano semplicemente esistere al di fuori del tempo.

Poco dopo “A Stones Throw”, Russell ha prodotto e pubblicato un singolo a 45 giri di una band bluegrass dell’Ohio con il cantautore cult Bob Frank che cantava una cover di “Mongoloid” dei Devo, prima di passare al suo secondo (e purtroppo ultimo) album, il seguente anno, “Neither Here Not There”. A seguito di uno studio indipendente con un etnomusicologo del Goddard College, le composizioni e l’esecuzione di Potter si sono approfondite solo alla sua seconda uscita – la qualità della registrazione aumenta un po’ ma non perde l’immediatezza, l’esecuzione diventa più esuberante e virtuosistica – ma anche più riflessiva, in particolare sui brani che sono influenzati dalle meravigliose arie lente tradizionali irlandesi. Di tanto in tanto fa ancora il cappello a Fahey, questa volta con un’audace impostazione di chitarra elettrica del classico “Dance of the Inhabitant of the Palace of King Philip XIV of Spain”.

Sebbene questi album siano arrivati ​​in un momento in cui il periodo d’oro della musica per chitarra primitiva americana degli anni ’60 e ’70 era nello specchietto retrovisore, guardano assolutamente avanti all’eventuale resurrezione del 21° secolo del genere, anticipando sia nella forma che nel contenuto molte delle stesse preoccupazioni che trovi nel grande lavoro contemporaneo degli ultimi due decenni di Jack Rose, Glenn Jones, Daniel Bachman e in quanto tale fornisce un ottimo trampolino di lancio tra queste due epoche come è probabile che intuiate!!!