ROOMFUL OF BLUES- “In A Roomful Of Blues”La “piccola big band” di fama mondiale pubblica la prima uscita in sette anni e la loro prima nuova registrazione in studio in nove. Il gruppo di Rhode Island ha deliziato il pubblico per oltre 50 anni. Blues Music Magazine li definisce “la migliore big band del blues”.
“In A Roomful Of Blues”, la quinta pubblicazione della band su Alligator (e 19a assoluta), è stata prodotta dal chitarrista e leader Chris Vachon e presenta 13 canzoni ad ampio raggio, tra cui nove originali composti dalla band – più che in qualsiasi album precedente dei Roomful.
Otto canzoni sono state scritte o co-scritte da Vachon (tra cui una scritta con il cantante Phil Pemberton) più una per volta dal sassofonista Alek Razdan e dal tastierista Rusty Scott. Dal rocking “We’d Have A Love Sublime” alla funkeggiante” You Move Me” al lamento di chiusura “She Quit Me Again. L’album è pieno di blues che si innalzano vorticosi, di zydeco, ballate notturne, funk intrisi di latinità e un tocco di vintage, grazie a momenti di fifties R’n’R.
La formazione ha come caratteristica il cambio di elementi nel corso degli anni, d’altronde è difficile rimanere assieme per cinquant’anni. Sicuramente ogni line-up ha funzionato in modo egregio, basti ricordare quelle con Duke Robillard, Ronnie Earl e Lou Ann Barton, ma l’odierna è quella che ha raggiunto il maggior grado di coesione ed intesa, guidata dalla splendida voce di Phil Pemberton, così ricca di inflessioni soul. Sa calarsi perfettamente in ogni genere, potente nel rock’n’roll di “What can i do?”, calda e ricca di feeling nella cadenzata e funk “You move me” oppure dolce e carezzevole nella esile “She quit me again”. Pure il resto del gruppo non è da meno, mostrandosi eccellente tecnicamente, ma senza perdere espressività e feeling. Sembra proprio di ascoltare una big band con stacchi e riprese da urlo, dialoghi intensi e coinvolgenti grazie anche al filo conduttore dei fiati che unisce il tutto con competenza southern. In primo piano la sei corde di Vachon, entrato a far parte dei Roomful per la prima volta nel 1990 e leader dal 1998. Guitar Player dice che la chitarra di Chris suona “brucianti assoli esplosivi con un delizioso e pastoso senso del ritmo”.
La band ha mantenuto il suo suono caratteristico attraverso una grande musicalità e una sezione di ottoni stellare – con il tenore e sassofonista contralto Rich Lataille, che per primo si è unito alla band nel 1970. Il suono magistrale di Lataille può evocare il sax dai toni enormi tipico del jazz cosi come starnazzanti sonorità dei gloriosi giorni del primo rock o l’eleganza contagiosa del jazz swing della big band. Se oggi, come affermo da tempo, molti suonano il blues senza averne competenze, soprattutto per mancanza di anima, i nostri dimostrano di saperlo maneggiare in tutte le salse e si dimostrano sempre irresistibili.
Questa nuova fatica lo certifica con forza ed orgoglio. Prendete l’energia che sa sprigionare un pezzo come “Too much boogie”, scritto da Doc Pomus, la solarità contagiosa dello zydeco “Have you hard” che, grazie all’accordion di Dick Reed e alla tromba tex-mex di Carl Gerhard, ci dimostra la ricchezza sonora di cui i ROB sono capaci. Sono divertenti e “hot” in “She’s too much” come romantici e sensuali in “Carcinoma blues”.
Non è un caso che Count Basie li volle in tour nel 1974, in anticipo di tre anni sul loro debutto, affermando di non aver mai ascoltato una formazione blues così calda ed eccitante.
Non si rimane in vita per mezzo secolo se non si è veramente bravi e in grado di rimanere freschi ed appetibili per gli amanti del genere!!!


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