Pensando e ripensando al nome di Robert Haigh sentivo che qualcosa non mi era del tutto sconosciuta, ma non riuscivo a collegare quel nome al tipo di musica. Poi…boom, illuminazione mi tornano alla memoria gli Omni Trio, l’etichetta Moving Shadows e il Drum’n’Bass.
Qualcuno poteva addirittura credere nell’esistenza di due diversi Robert Haigh che operavano nel Regno Unito negli anni ’80 e ’90. C’era il pianista e compositore che ha lavorato con Nurse With Wound e ha pubblicato eleganti album di musica classica moderna come “Valentine Out of Season” del 1987. Poi quello che generava ritmi jungle dietro la sigla Omni Trio, una forza della natura nell’era del drum’n’bass britannico.
Per Unseen Worlds vedono invece la luce i suoi progetti di stampo più contemporaneo, perfettamente a loro agio in un catalogo che prevede le meraviglie di “Blue” Gene Tyranny e Lubomyr Melnyk. Il pianismo sospeso di questo lavoro riporta sicuramente alla mente le escursioni di Harold Budd e del più stagionato Erik Satie, un percorso ancora all’insegna del grande ecletticismo del suo autore.
Questo album giunge dopo un paio d’anni dall’inarrivabile “Creatures of the deep”, ma “Black sarabande” ha diverse frecce da giocarsi. Innanzitutto è un disco di memorie e luoghi storici ben noti a Robert, si tratta infatti di portare all’attenzione il villaggio di Worsbrough, nel sud dello Yorkshire, luogo natale del nostro. Un paesino di minatori come lo era il padre, il rumore dei vagoni di carbone sui binari, le giornate trascorse passeggiando lungo camminamenti campestri e tutto intorno la desolazione di un paesaggio industriale.
Si inizia con la title track, solo rintocchi di piano che si susseguono, sovrapponendosi l’un l’altro. Momento di grande profondità spaziale e al contempo dotato di intimità toccante. “Stranger on the lake” la situazione si modifica, entrano in campo tastiere e textures ambientali che danno origine ad atmosfere malinconiche che ci fanno sprofondare nei ricordi fino, quasi, a perdersi.
“Wire horses” e “Air Madeleine” si sviluppano attraverso arpeggi ed accordi che, via via, sfumano in lontananza. È il turno della sinistra “Ghosts of Blacker Dyke” che mette in mostra il debito di Haigh per certe forme musicali dense di mistero che caratterizzavano “The pearl” della premiata ditta Eno/Budd. Evocativa nei confronti del proprio passato in quel nord industrializzato, giocata tra field recordings e impercettibili variazioni di pianoforte. Altro momento di fascino sublime è rappresentato da “The secret life of air”, pregno di colori notturni con le note del piano che rallentano e riverberano con titubanza nell’etere.
Una raccolta in grado di toccare nel profondo ogni vostro senso, il suo ascolto non potrà che arricchirvi lo spirito e la mente!!!


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