Quicksilver Messenger Service cover albumGeneralmente i più trascurati nella classica triade dei protagonisti del rock psichedelico di San Francisco, a vantaggio dei ‘rivali’ Grateful Dead e Jefferson Airplane, i Quicksilver Messenger Service presentano tratti non meno affascinanti di quelli dei loro più fortunati colleghi, per lo meno nella fase iniziale della loro carriera. Se devo stilare una classica personale al primo posto metto i Dead, al secondo i Quicksilver (nel biennio 68/69 sono quasi pari al gruppo di Jerry Garcia) e al terzo i Jefferson.

Il disco di debutto non ha ricevuto la calorosa accoglienza che molti si aspettavano considerando il grande successo che la band riscuoteva ad ogni esibizione live. Mentre il successivo “Happy Trails” è un disco live, “Quicksilver Messenger Service” del 1968 è uno splendido album di folk-rock melodico che può senza dubbio essere considerato la migliore registrazione in studio dei Quicksilver.

I momenti salienti del disco sono molti e tra questi c’è sicuramente la cover di “Pride of Man” del cantante folk Hamilton Camp, che può essere considerata la migliore traccia in studio del gruppo. Poi c’è “Light Your Windows”, forse la più bella composizione originale della band. “Dino’s Song” è una traccia scritta dal fondatore dei Quicksilver, Dino Valenti, che purtroppo era in prigione quando l’album è stato registrato. “Gold and Silver” è senza dubbio la migliore jam strumentale che i nostri abbiano mai presentato, mentre “The Fool”, traccia di 12 minuti, riflette alcuni dei tratti migliori e peggiori dell’era psichedelica. Interpretato da John Cipollina (chitarra, voce), Gary Duncan (chitarra, voce), David Frieberg (basso, voce) e Greg Elmore (batteria, percussioni).

Il problema di questo esordio, come successe anche ai Grateful Dead, è dovuto al fatto che non sembra riproporre le emozioni dell’esperienza sul palco.

Si inizia con “Pride of man” un rock blues corposo impreziosito dalla chitarra stridula e acida di Cipollina, sono presenti anche i fiati che ad alcuni appassionati proprio non piacciono. Si passa poi alle atmosfere più rilassate di “Light of your windows” con un assolo ispirato e molto lirico. L’atmosfera si stempera ancora di più in “Dino’s Song”, questa canzone è stata presentata anche al mitico festival di Monterey in una versione molto più hard rock. E infine abbiamo i due pezzi chiave dell’album non a caso quelli più lunghi.

Il primo è “Gold and Silver” che chiude il lato A. Un tema jazzato presentato dalle chitarre di Duncan (più convenzionale) e di Cipollina (più contorto), grande prova anche della ritmica che sostiene un brano veramente trascinante e strumentale. Il pezzo è (intenzionale o meno) un arrangiamento rock di “Take Five” di Dave Brubeck. Le escursioni chitarristiche di Cipollina sono singolarmente evocative dei cambi di sax di Paul Desmond. Riescono ad allontanarsi un po’ dal tema “Take Five” addentrandosi in alcuni momenti di vaga reminiscenza Vanilla Fudge, ritmi lenti che si sviluppano in un decollo che ricorda “Another Country” degli Electric Flag, anche aggiungendo alcuni suoni svolazzanti e tintinnanti alla Country Joe & The Fish.

La chiusura è affidata alla mini suite di “The Fool” dove tra chitarre acide, campane alla Morricone e struggenti assolo delle elettriche ci avviamo alla fine di un album piacevole, molto coinvolgente. Il gruppo mette in mostra la propria abilità tecnica attraverso una serie di cambi di ritmo e parti (almeno in apparenza) improvvisate. Si sente benissimo, in ogni solco del long playing, che le redini, almeno dal punto di vista artistico sono tenute da Cipollina, imponente personalità, chitarrista audace e tecnicamente impeccabile. Dal vivo si sfoga in inebrianti e apocalittiche jam di blues-rock, successioni eteree di assoli senza fine, quasi una versione rude e disincantata del rituale dei colleghi Grateful Dead.

Il lavoro in questione è una bella fotografia dello stile assolutamente unico di questa band nata a San Francisco nel 1965!!!