Registrato nel gennaio del 1975 presso gli Electric Ladyland Studios, New York City, da Bernie Kirsh. Prodotto da John Cale.
Patti Smith è stata definita dal New York Times «la prima poetessa pubblicata a trasporre la sua poesia nel rock’n’roll, attirando i fans del rock sperimentale verso il cinema proibito della sua fantasia allucinata».
L’artista ha iniziato la sua carriera in modo anticonvenzionale, con il chitarrista Lenny Kaye che accompagnava le letture delle sue poesie ed il grande fotografo Robert Mapplethorpe che finanziò il suo singolo cult punk-rock “Hey Joe”.
Nel 1975 Smith pubblicò il suo album di debutto, “Horses”, un disco fatto di riff rock e dai ritmi parlati che creavano un suono punk-trash. La scena musicale rimase elettrizzata dal progetto e la rivista Cream lo definì come il «miglior suono garage degli anni ’70», ipotizzando che Patti Smith si fosse ispirata a Rimbaud, Burroughs, Dylan ed ai Velvet Underground.
Le successive produzioni dell’artista furono liquidate come sentimentali e piene di autoincensamento, dal momento che la poetessa rock aveva smesso di usare la durezza metallica e la lingua cruda che caratterizzavano l’album d’esordio. Ecco perché “Horses” è considerato da molti una pietra miliare nella storia del rock, al quarantaquattresimo posto nella classifica dei ‘500 greatest albums of all times’ della rivista Rolling Stone ed ecco perché è sicuramente un pezzo unico all’interno della fiorente discografia della visionaria del rock’n’roll.
Il 1975 è in mezzo tra gli anni sessanta, che ancora portano con sé gli ideali di pace e amore, e i gli Ottanta che si fanno prossimi. Se da un lato i virtuosismi barocchi del progressive-rock non sono ancora cessati, dall’altra parte un certo country rock va per la maggiore, insieme agli ultimi residui di hard-rock.
“Horses” rappresenta in questo contesto un vero e proprio spartiacque tra il nuovo ed il “vecchio”: pur reinterpretando l’elemento già consolidato delle figure maledette del rock (Morrison, Hendrix…), questo è il preludio sensazionale di ben due nuovi generi, il punk, per quanto riguarda il timbro vocale roco e l’interpretazione aggressiva, e la new wave, per ciò che concerne il suono. “Horses” è stata un’intuizione decisiva, che ha permesso alla musica di scrollarsi di dosso il passato e di poter fluire verso il futuro.
La prima traccia, “Gloria”, è una cover degli Them, il cui momento topico è l’ingresso della voce, non sembra ispirarsi a nulla che faccia pensare a Grace Slick o Janis Joplin, si tratta di qualcosa di nuovo, è una voce punk!
La chitarra ora compone un motivo che potremmo definire “sixties”, ma presto il ritmo aumenta di velocità, facendosi sempre più trascinante. La velocità aumenta ancora, dando il via a quel ritmo scomposto e frenetico che sarà tanto caro alla nascente new wave. Si tratta di rock’n’roll, certo, ma come già detto è l’interpretazione a cambiare: più violenza, più velocità…punk-wave? Sicuramente “Gloria” è un inno all’innovazione, impossibile non rimanerne folgorati.
Segue un altro pezzo sensazionale, “Redondo Beach”, un reggae rock il cui ritmo allegro e spensierato nasconde un testo tutt’altro che solare: si parla infatti di un suicidio. La desolazione e la cupezza dei testi della Smith sono un’altra caratteristica che sarà comunemente accettata dai wavers che verranno.
“Break It Up” è una bellissima ballata, dove spiccano gli accordi cristallini di chitarra dell’ospite Tom Verlaine, che ritroveremo in “Marquee Moon” dei Television nel 1977, e un grande Ivan Kral con i suoi giri di basso fantasiosi e precisi.
Ed ecco il momento clou del disco, “Land”, suite divisa in tre parti: “Horses”, “Land Of A Thousand Dances” e “La Mer (De)”. Non li descrivo per non togliere il piacere personale all’ascolto, affermo solo che si alternano momenti coinvolgenti e rock ad altri in cui la musica si fa più contenuta e rarefatta.
Questi otto brani, di cui è composto l’album, inaugurarono un nuovo periodo musicale, da qui ad un paio di anni infatti niente sarà più come prima…!!!


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