Che belle sensazioni riprendere in mano questo disco uscito nel lontano 1998, (accidenti sono già passati più di vent’anni), mi riporta ad un momento, l’ultimo, in cui si scoprivano continuamente cose nuove ed interessanti, sonorità che apparivano alle mie orecchie eccitanti ed aliene.
“Pan American” fu un fulmine a ciel sereno, mi piacque fin da subito e mi costrinse immediatamente a indagare. Inizialmente parallelo al percorso della band d’origine, Pan•American è il progetto solista di Mark Nelson, mente, chitarra e voce dei Labradford. Originato nel 1997 e improntato alla ricerca di una nuova commistione tra ambient, dub e minimalismo. Il gruppo, in realtà un progetto solista di Nelson, fece immediatamente pensare ad una uscita estemporanea che sarebbe rientrata non appena i Labradford   sarebbero tornati a incidere un nuovo disco. Alla luce di quanto successo da allora ad oggi direi che ci si sbagliò di grosso: furono pubblicati diversi dischi con quel moniker, il cui sound si discosta notevolmente dal gruppo d’origine.
La domanda sorge spontanea, che musica fa il nostro buon Mark Nelson? In linea generale la potremmo definire ambient, ma gli ingredienti utilizzati, la loro miscela e il risultato finale portano ad una proposta piuttosto originale. Indubbi capisaldi dell’approccio di Nelson sono la kosmiche muzik tedesca targata anni Settanta (si pensi a Schulze e ai Tangerine Dream), l’ambient – con ovviamente Eno quale maestro indiscusso – la scuola minimalista e inoltre, quale elemento di maggior novità, la commistione di dub ed elettronica minimale, che tanto successo ebbe negli anni Novanta.
Il lavoro che rappresenta l’esordio del nostro forse non è il migliore, ma quello maggiormente affascinante pur se acerbo in alcuni passaggi. Fu pubblicato dall’etichetta Kranky e mostra debito delle strutture musicali legate al dub-elettronico che in quel momento aveva un certo credito, seguito e anche successo.
Le sonorità sono lisergiche ed avvolgenti, durante il susseguirsi delle nove tracce che compongono la raccolta siamo come in debito d’ossigeno tanto l’aria che si respira è rarefatta. Da un punto di vista visivo la sensazione è di essere circondati dalla nebbia e tutto pare fluttuante ai nostri occhi. Anche i momenti più caldi, quelli in cui il dub dipinge paesaggi con più luce (“Lent”), sono solamente momentanei perché la cortina di droni è difficile da superare.
Le atmosfere sono gelide, create dai synth, per cui il mondo che viene musicalmente descritto richiama il ghiaccio del polo e anche nei rari momenti di solarità quali “Lake Supplies” o nei funambolismi di Tract” non c’è speranza di vincere l’oscurità dei drones.
Il finale “Part one” rappresenta al meglio il lavoro: drones oscuri danno forma ad una dark-ambient densa che si spegne nelle urla lontane che creano un parallelismo con i migliori Pan Sonic.
Il post-rock elettronico dei Labradford si è evoluto in un blend di dub, elettronica e minimalismo, non abbiate remore nell’adagiarvi nel mondo di Nelson!!!


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