Mamma mia che brutta copertina, una delle peggiori in cui mi sia mai imbattuto. Cappello rosso da cowboy in testa, maschera in pelle che si allunga con frange che permettono di vedere solo gli occhi di color celeste.
Non si sa molto di Orville Peck, è cresciuto in vari luoghi tra Nord America, Africa ed Europa senza che abbia trovato la propria giusta collocazione. Ha fatto parte di diverse formazioni indie-punk di cui nulla è dato sapere. Per la realizzazione di questo disco si è stabilito in Canada a causa del fatto che la risiede la sua attuale formazione, i Frigs, gruppo che si muove tra swamp e post-punk.
Al di la della bruttezza il cappello da cowboy possiede un significato per Peck, ha infatti sempre amato tale figura, sia quella reale, che quella che tutti abbiamo imparato a conoscere nei film.
Combinando la quieta ambience dello shoegaze con le iconiche melodie e l’abilità vocale della classica musica country americana, l’enigmatico cowboy fuorilegge, Orville Peck, canticchia di amore e perdita dalle badlands del Nord America. Il suono che ne deriva è assolutamente personale, e porta l’ascoltatore per deserti polverosi e autostrade sconfinate, in un mondo popolato da giocatori d’azzardo, randagi e bari sfegatati.
Il debutto di Orville, “Pony”, raccoglie una collezione di diverse storie che raccontano di cuori infranti, vendetta e l’inarrestabile etica del cowboy. Calde chitarre lap steel e batterie riverberate movimentano ballate oniriche, ninna nanne attorno al fuoco e qualche brano dal sound vibrante, sempre rendendo omaggio alle sue radici country.
I due singoli usciti sono il miglior biglietto da visita per rappresentare la vera essenza del lavoro, cioè “Dead of night” e “Big sky”. La prima canzone ha sonorità rallentate ricche di riverbero che creano un’atmosfera tragica e sognante al medesimo tempo, in cui il cantato di timbro baritonale ci riporta alla mente un Roy Orbison oppure un Chris Isaak. La seconda riprende le stesse atmosfere per raccontarci di una esistenza non particolarmente felice in cui le relazioni intraprese dal nostro non hanno mai un buon fine. Emerge quindi la figura di un crooner ricco di tormenti che si ispira ai grandi “outlaw” del country quali Merle Haggard, Willie Nelson e Waylon Jennings.
Se amate la country music, quella vera, non quella che si ascolta nelle charts americane, “Pony” merita un ascolto e vi ritroverete immersi in un mondo di introspezione ed inquietudine e di solitudine che definiscono la tradizione country a cui Orville sente di appartenere!!!


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