Cover album ORANSSI PAZUZU- “Mestarin Kinsy”La psichedelia dell’arancione (Oranssi) e l’oscurità di un demone babilonese (Pazuzu). Questi finlandesi sono ibridi sia nella musica che nel nome, ma dopo quattro album e alcuni Ep di valore, è anche difficile rimanere stupiti davanti alla loro proposta. In più in quest’occasione si sono accasati presso la Nuclear Blast, etichetta leader per quanto riguarda il metal anche se di grana grossa e poco propensa alle sperimentazioni, con il timore (almeno da parte mia) di una semplificazione del sound in modo tale da non spaventare quel pubblico poco propenso alla contaminazione in ambito metal. Non l’unico accadimento rilevante per i nostri. “Mestarin Kynsi” esce a distanza di ben quattro anni dal precedente “Värähtelijä”, eppure in casa Oranssi Pazuzu sono accadute alcune cose: prima di tutto, un’ambiziosa ma riuscita collaborazione insieme ai Dark Buddha Rising, rilasciata nel 2019 a nome Waste Of Space Orchestra.

Tutto questo avrebbe potuto modificare di parecchio la loro proposta. I dubbi sono fugati fin da subito con l’iniziale “Ilmestys”, pezzo ipnotico che si pone sulla scia degli Swans, molto virato in nero, perché sia la voce che le chitarre sono black, ma entrano in gioco dopo cinque minuti di stordenti e tenebrosi rintocchi elettronici. Per quanto non sia assolutamente un amante del Black Metal, devo dire che sia ancora un genere, nelle giuste mani, che mostra territori inesplorati per quanto riguarda le sue possibili contaminazioni e che i nostri ragazzi finlandesi sono una band dalle grandi potenzialità. Infatti hanno un approccio   capace di destrutturare gli stereotipi del Black Metal in favore di un trip spaziale degno di altre epoche (tra le principali influenze del gruppo finlandese, annoveriamo palate di kraut-rock e psych/space rock di vecchia data).

La partenza eccellente del primo brano prosegue con il viaggio cosmico della successiva “Tyhjyyden Sakramentti”, illuminata da una spinta progressiva che la trasforma in una sorta di improvvisazione in studio, tra sintetizzatori impazziti e chitarre malsane tramortite dagli effetti. Si nota, rispetto al passato, una dilatazione del sound ancora maggiore: la title track sembra infatti l’ultimo segnale di un’astronave ormai alla deriva in qualche galassia. La surreale “Uusi Teknokratia” (molto particolare il videoclip di taglio espressionista) conferma queste sensazioni, perdendosi dentro un caleidoscopio di cupe dissonanze che diventano sempre più martellanti e ossessive.

Da non trascurare anche un uso di tastiere ed elettronica che ha aumentato la propria presenza all’interno delle composizioni. Sono una conferma, forse anche qualcosa di più, perché hanno il coraggio di andare oltre gli steccati di genere!!!


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