NICOLE ATKINS- “Italian Ice” cover albumMi piace andare alla ricerca di nomi sconosciuti, soprattutto nel mercato Americano, il cui sottobosco è popolato da musicisti in grado di destare l’attenzione dei più curiosi. In quest’occasione ci soffermeremo a parlare di Nicole Atkins, cantautrice e chitarrista del New Jersey, ora di stanza a Nashville. Non si tratta di un’esordiente, ha cominciato a dilettarsi con le sette note all’età di tredici anni grazie ad una chitarra, ai dischi della madre, amante del suono dei fifties e a “John Barleycorn must die” dei Traffic regalatole o suggeritole dallo zio. Grazie a queste basi si è lanciata all’ascolto del soul, del country e del pop, sbilanciandosi molto di più verso il passato.

Ad oggi ha realizzato cinque dischi, pubblicando il primo nel 2007, “Neptune City”, poi “Mondo Amore” (2011), “Slow Phaser” (2014) e “Goodnight Rhonda Lee” (2017). Ora si è giunti al capitolo quinto del suo racconto: “Italian Ice”. I testi hanno sempre assunto un ruolo importante nelle canzoni di Nicole, divisi tra argomenti gioiosi, la positività della vita, tra cui l’amore e le relazioni con le persone e il lato oscuro che ogni tanto fa capolino nelle sue composizioni. La sua musica è, invece, di più difficile catalogazione perché cerca di miscelare la naturale vocazione per il pop e il soul con elementi più moderni. Grazie alle doti vocali e all’abilità alla sei corde riesce comunque ad offrirci un disco intrigante anche se poco etichettabile.

La squadra messa insieme e convogliata da Nicole per registrare l’album al Muscle Shoals Sound Studio di Sheffield, in Alabama – sito di rilevante importanza storico-musicale, con tanto di certificazione da parte del Registro Nazionale dei Luoghi Storici degli Stati Uniti – è di quelle con tutti i numeri al posto giusto. A partire dal tastierista Spooner Oldham e dal bassista David Hood, che facevano parte della Muscle Shoals Rhythm Section, quelli altrimenti chiamati Swampers. Insieme a loro il chitarrista Binky Griptite dei Dap-Kings, Jim Sclavunos e Dave Sherman membri dei Bad Seeds di Nick Cave e il batterista dei Midlake McKenzie Smith. Tra gli altri ospiti nel disco, inoltre, Seth Avett degli Avett Brothers, Erin Rae e John Paul White, tutti musicisti provenienti dall’area indie-folk-country del sud degli Stati Uniti, come si può ben arguire dalle atmosfere di “Never Going Home Again”, il brano al quale offrono i loro servigi. Mettere insieme una schiera di musicisti così diversi tra loro avrebbe potuto significare un gesto folle, invece funziona in maniera egregia. Il risultato è un album dalle ampie sfaccettature, in alcuni momenti innovativo, mentre in altre situazioni maggiormente convenzionale, in pochi casi non sempre all’altezza delle aspettative, forse per un tocco pop troppo leggero.

Undici i brani, dieci inediti e una cover. Quella di “A Road to Nowhere”, sofferto brano composto da Carole King nel 1966, ispirato dalle fatiche del suo matrimonio con il paroliere Gerry Goffin dal quale si separò un paio di anni più tardi, nel 1968. Si rimane negli anni Sessanta con le melodie che si respirano nella preghiera innalzata a “St. Dymphna”, patrona delle persone affette da disagi mentali e neurologici, e nel brano che chiude le danze, “In the Splinters”. Lontanissimi echi psichedelico-funky caratterizzano “Mind Eraser”, mentre il singolo “Domino” è assolutamente sinuoso nel suo incedere disco e meriterebbe giusta attenzione da parte delle programmazioni radiofoniche. “Forever” è una ballata diurna che la porta ad avvicinarsi all’esempio di Stevie Nicks. Più zuccherina “Captain”, dove chiede a Britt Daniel degli Spoon di lasciarla essere il suo ‘capitano’.

Un lavoro da sentire, soprattutto per la capacità della Atkins di variare il registro vocale dimostrandosi assolutamente all’altezza e padrona di qualsiasi situazione. Il grande pubblico non la ha mai premiata come meriterebbe. Non fate lo stesso errore, ascoltatela più e più volte per scoprire la sua arte!!!


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