NICK HAKIM & ROY NATHANSON - ‘Small Things’ cover albumCe ne vorrebbero di più di personaggi come Roy Nathanson, un settantenne che ha fatto parte della scena newyorchese downtown con i Lounge Lizard ed è stato leader dei grandi Jazz Passengers e degli eccellenti Sottovoce.

Questa volta, Nathanson si è unito al vocalist R&B alternativo, polistrumentista, produttore e Brooklynite Nick Hakim per l’intimo e spigoloso soul-jazz di “Small Things”. Il giovane (un trentenne che si è già mosso con collaborazioni del calibro di D’Angelo ed Erykah Badu) conosce il newyorchese per via del progetto Onyx Collective, col quale Roy Nathanson collabora da poco. Al Winter Jazzfest di New York nel 2018 il sassofonista rimane sorpreso nel sentire trasformata una sua composizione poetica dalla voce di Hakim in un brano dalla stoffa setosa e dal passo soul. Nelle chiacchiere alcoliche del dopo concerto diviene piuttosto semplice darsi un appuntamento a Flatbush, quartiere di Brooklyn in cui vive Nathanson, per vedere di poter dar seguito a quella collaborazione. Cose che capitano lì, nella ‘Grande Mela’.

Gran parte di questo nuovo album sembra essere jazz in virtù del pedigree piuttosto che del tono, poiché Roy adotta più l’atmosfera R&B anti-lover-man di Hakim in brani come “Moonman” e il funk bongo rotolante di “Cry and Party”. Ma sulla title track, piena di Fender Rhodes, si sente un Hakim beato e borbottante che accoglie il glorioso skronk del sassofonista e si agita come un uomo che accetta le scritture religiose. Mentre Nathanson passa da un assolo nettamente increspato a un finale di sottotono (roba letteralmente mozzafiato), la voce e le tastiere multitraccia con effetti dub di Nick sembrano non essere ormeggiate. Affascinante.

Doppiamente affascinante e inquietante è ” Things to Like and Not Like in America”. Insieme alla poesia delle vecchie stazioni di servizio e delle case abbandonate, cantata in un tono baritonale abbastanza profondo da rivaleggiare con quello di Barry White, la traccia ha una struttura di accordi, colpi di batteria distanziati e scarabocchi di sax che ricordano stranamente “Blackstar” di David Bowie con Donny McCaslin e Mark Giuliana.

In “New Guy to Look At”, con Nathanson che soffia atmosfere blue da quelli che sembrano isolati di distanza, Hakim si sposta e si lancia intensamente. Spirito libero? Davvero. Questa percezione risuona più chiaramente in “All the Things You Are (Reimagined)”, piena di eco e, mentre la voce fumosa di Nick si lamenta delle paludi esistenziali e dei crash finanziari, il sassofono fumante di Roy risuona attraverso gli squisiti cambi di accordi di Jerome Kern. ‘La verità è che le cose cambiano’, intona il vocalist, e gli ottoni a doppio binario crescono in un’epifania dub alla fine della canzone. La presenza dell’anziano strumentista è un toccasana per la musica dell’altro, ne limita i soliti eccessi produttivi e lo costringe a concentrarsi sulle canzoni.

Ascoltare questi due uomini rifare e rimodellare jazz, soul e molti altri generi contemporaneamente, tutti alle loro condizioni, è magico!!!