NEILSON HUBBARD – ‘Digging Up The Scars’ cover albumCon “Digging up the Scars” il cantautore e produttore di Nashville, Neilson Hubbard, raggiunge l’apice della sua arte. Un disco epico e intimo, sinfonico e semplice che ruota intorno a un quesito esistenziale e personale. In cosa credi? Una domanda, una supplica, che potrebbe essere rivolta al proprio amante o forse all’universo e che diventa ancora più profonda in questo tempo sospeso che stiamo vivendo. Hubbard canta con voce matura e mette sul piatto tutte le sue abilità di produttore, campo nel quale è un maestro assoluto. A Nashville in questo momento tutti cercano lui e Dave Cobb. Il suono è costruito sull’orchestrazione della chitarra acustica con gli archi e con la suggestiva pedal steel di Juan Solorzano che eleva le canzoni a una dimensione sognante. Partecipa alla realizzazione del disco l’inseparabile amico Ben Glover. Neilson è un artista a 360 gradi e ci regala un album di grande spessore, con un sound misterioso, avvolgente e con bellissime canzoni come la title track, “The End Of The Road”, “Our DNA”.

La formazione che accompagna il nostro è di tutto rispetto, nomi quali il chitarrista Will Kimbrough, Danny Mitchell alle tastiere e ai fiati, il bassista Michael Rinne e il batterista Flint McCullum che forniscono la sezione ritmica e, in particolare, Juan Solorzano che aggiunge strati extra-musicali ed emotivi grazie alla lap steel , come suggerisce il titolo, l’album ha un tenore riflessivo e introspettivo, mentre esplora ciò in cui, in un momento di tempo e riesame, lui – e per estensione noi – crede.

Si apre con il dolce ondeggiare di “Our DNA”, una canzone per il suo giovane figlio mentre fissano il cielo notturno che rifiuta di arrendersi al cinismo che arriva con l’età mentre canta ‘Credo ancora nelle storie che sono state raccontate/Che le navi salpano ancora verso la fine del mondo’ mentre rifletti su quanto velocemente passa la vita (‘Lo troverai sulla strada che hai scelto/Sfrecciando via attraverso i tornanti/Divertente quanto velocemente quel gas viene bruciato’).

Uno dei tanti pezzi co-scritti con Glover, “Where You Been?” introduce gli ampi arrangiamenti di archi di Mitchell nel panorama sonoro per un’altra canzone sul passare del tempo (‘Disegnalo come una faccia felice / Mettilo sul dorso della mia mano e guardalo svanire / Per tutte le cose che non siamo riusciti a salvare’) mentre chiede ‘Riesci ancora a riconoscerti nella fiamma’ su un numero su ciò che l’umanità ha battuto nei versi ‘Ballando su queste macchie di sangue/A una canzone di ciò che avevamo e ciò che rimane/Correndo verso il letto del fiume/ Tieni le mani nell’acqua finché non diventa/diventa rossa’.

Una semplice strimpellata, la title track riguarda la ricerca della verità dentro di noi e l’uno nell’altro. Quel senso di essere perso dentro di te continua in “Love Will Drown You In The Wake”, in cui una steel piangente e carezzevole pennella i passaggi, che inizialmente potrebbe sembrare parlare di una relazione, forse lo schermo tremolante dell’Alzheimer, ma riguarda più l’umanità di per sé, fuori a persa nella tempesta. Segue la contemplativa “End Of The Road”, con le spalle al pianoforte, una silenziosa riflessione sull’invecchiamento e la mortalità, mentre un’altra melodia di pianoforte abbandonata, “Nobody Was Home” è immersa nella tristezza di ripercorrere il proprio passato, cercando di riconnettersi con chi si era una volta e di dover affrontare solo le macerie del tempo.

È un album semplice eppure commovente e profondamente risonante!!!